Farcela o non farcela? È una questione di credenze

La strada verso la realizzazione professionale è costellata di sfide, alcune molto impegnative e apparentemente senza uscita. Ci scontriamo coi nostri limiti, senza sapere che dietro a questi in realtà ci sono dei talenti. A trasformare le risorse in ostacoli molte volte sono le credenze, alcune delle quali si fissano quando siamo piccoli, in famiglia come a scuola.

Come per tanti, anche per me la ripresa della scuola significa la riapertura del baule dei ricordi, non tanto per eventi legati a come ci si vestiva e alle compagnie sgangherate con cui si faceva crocchio in attesa dell’inizio delle lezioni, quanto a una storiella che è saldamente radicata nella mia mente:

C’era una volta un bambino di seconda elementare, che come tanti suoi pari riusciva bene in alcune materie più legate all’italiano e alla matematica e faceva più fatica (o era più pigro?) in altre, quali il disegno.
Un giorno la maestra diede a tutta la classe il compito di disegnare la propria mamma e Tommaso (chiamiamolo così questo nostro protagonista) ci si mise d’impegno (ma ti pare che la mamma la faccio brutta?), pur non avendo idea di come disegnare una persona diversa dai pupazzi informi che molti bambini scarabocchiano velocemente a quell’età. Così la mamma di Tommaso ne uscì come una signora coi capelli ricci, senza collo (praticamente la nonna di Maroni), con le braccia aperte e le dita salsicciotte in mostra, gli stivali al posto delle scarpe (cosa che in realtà non portava mai), le cui punte tonde guardavano entrambe verso sinistra (l’alternativa era farla coi talloni uniti e punte verso l’esterno, ma la mamma di Tommaso non era decisamente un étoile). Il giudizio della maestra fu lapidario come la scritta in rosso che lei distribuì su tutto il disegno: “Male. Questa non è sicuramente la tua mamma”. Colpito da quanto successo e dalla figuraccia fatta davanti ai compagni, da quel momento Tommaso iniziò a pensare che fosse il caso di lasciar perdere ogni attività manuale di natura artistica, fosse un disegno piuttosto che un lavoretto con la pasta modellante o un dipinto, e sebbene crescendo quell’episodio diventasse sempre di più un ricordo sfocato (apparentemente), ogni volta che gli veniva richiesta un elaborato che desse forma alla sua creatività, una vocina dentro di lui gli ricordava che “ti uscirà male, perché tanto non sei portato. Non riesci neanche a disegnare tua mamma. Accetta i tuoi limiti”. Così lui si impegnava sempre di meno e i suoi insegnanti -a scuola- e genitori -a casa- rafforzavano la convinzione che “è molto intelligente, ma le attività manuali non fanno per lui”.
Passò il tempo della Scuola Media e Superiore, e nel periodo dell’Università, trovandosi un giorno a fare da baby sitter alla nipote poco più che treenne, Tommaso le chiese “A cosa vuoi che giochiamo”? La risposta secca della nipote fu “fai un disegno e io lo coloro”. Tommaso suggerì altre alternative, ma la nipote (cocciuta come lui) non si smosse, così il poco più che ventenne, consapevole dei propri limiti, prese svogliatamente un foglio e ci raffigurò le uniche cose che negli anni si era limitato a rappresentare quando era sovrappensiero: una casa col camino fumante con 4 finestre all’inglese e una porta col pomolo, una stradina, qualche ciuffo d’erba, alcuni fiori, le montagne sullo sfondo e il sole che tramontava dietro a queste. Passò quindi il foglio alla nipote, sperando che non fosse troppo severa nel giudizio, e si stupì enormemente quando arrivò un “Zio, ma è BELLISSIMO”. In un attimo, Tommaso vide negli occhi della nipote la contentezza pura e spontanea per quel disegno che per lei era un capolavoro e che ora cominciava a colorare, e dentro di lui cominciò a farsi strada l’idea che “forse non sono poi così male a disegnare”. Quel “dubbio positivo” scardinò con naturalezza quello che si era fissato ai tempi della scuola elementare, crebbe in modo lento e silenzioso dentro di lui e, iniziando a dar retta a una voce nuova che diceva “Provaci, magari ti piace e ti riesce pure bene”, Tommaso decise di dedicarsi di lì a poco a nuovi hobbies che lo avrebbero portato nel giro di qualche anno a confezionare addobbi natalizi e di utilizzare matite e colori per rendere più efficaci i suoi interventi in aula (sì, è diventato un formatore). Oggi, se te lo stai chiedendo, Tommaso non è diventato un artista che si guadagna da vivere disegnando piuttosto che realizzando addobbi natalizi (peraltro non gli sarebbe interessato farlo), ma è comunque consapevole di avere dei talenti anche in ambito artistico, dove prima vedeva dei limiti, che gli permettono di esprimere la creatività quando ne ha bisogno per sé e per la sua realizzazione professionale.

L’hai capito, vero? La storia di Tommaso è la mia (potrebbe essere anche la tua?) e se te l’ho raccontata è per ricordarti che molte volte alcuni nostri talenti, che anche se non distintivi e principali potrebbero comunque garantirci delle soddisfazioni caratterizzando il  nostro Brand Personale, vengono negati diventando limiti che, nel tempo, crediamo insuperabili. Come può accadere tutto questo? La risposta molte volte (ma non sempre) ha un nome: credenza.

No no, non sto parlando di un mobile componibile, ma di quella vocina che abbiamo in testa e che può spingerci ad affrontare con determinazione una sfida dicendoci “Sì, ce la puoi fare” o limitarci nella nostra realizzazione professionale se suggerisce “No, non sei portato”.

Per approfondire e capire meglio come questo può condizionare la nostra quotidianità, ma soprattutto per trovare una strategia efficace che permetta di riconoscere e affrontare nel migliore dei modi le credenze, ti riporto qui sotto la piramide dei livelli logici di Dilts (uno dei fondatori della PNL), che rappresenta un modello per facilitare i processi di cambiamento e che io ho scoperto qualche anno fa nei miei percorsi formativi. [l’ho disegnata io,eh! ;) ]

Piramide di R. Dilts

Analizzandola dal basso verso il vertice, è curioso scoprire come quello che c’è ad ogni livello dipende da cosa c’è al livello superiore. Ciascuno di noi, infatti, in ogni momento della propria esistenza, appartiene ad un ambiente (lavorativo, familiare,…). Per ogni ambiente, o contesto, abbiamo uno o più comportamenti, che molte volte teniamo distinti (al lavoro, ad esempio, difficilmente ci comportiamo come a casa), e il saper utilizzare o cambiare un comportamento dipende dalle nostre capacità, intese come conoscenze o strategie (in sintesi, non puoi cambiare un comportamento se non sai come fare). A loro volta, le capacità dipendono dalle credenze (credi di potercela fare a portare a termine quel compito oppure no?), e queste ultime dai valori (cosa per me è importante? In cosa credo?). I valori, infine, dipendono dalla mia identità (chi sono io?) e dalla mia mission (qual è lo scopo ultimo del mio essere qui?).

Riprendi la storia che ti ho raccontato e guardala alla luce della piramide: il “piccolo Tommaso” è cresciuto con l’idea che il valore dell’adulto fosse superiore al proprio. Così, il giudizio negativo della maestra su un’attività che comunque non gli dava grandi soddisfazioni ha fatto nascere la credenza secondo cui “io non sono portato per il disegno”, da cui la convinzione del non saper disegnare (capacità) e, di conseguenza, il non riuscire a farlo né a scuola né nel tempo libero.

A un certo punto, però, la credenza si è spezzata, dando vita a un nuovo schema, quando mia nipote, col suo sguardo, mi ha fatto capire che “io valevo ed ero bravo a disegnare”. Dando retta a un nuovo valore, la credenza è cambiata (sono portato anche per il disegno e per l’espressione creativa) e, di conseguenza, tutti i livelli sottostanti: “posso imparare a realizzare un addobbo e apprendere alcune tecniche grafiche” e così via.

Damiano Bordignon boxeurInutile dire quanto le credenze possano essere limitanti o potenzianti per la nostra realizzazione professionale, giusto? Nel mio caso, come nel disegno il giudizio negativo di un insegnante di educazione fisica alle Scuole Medie che alla mia avversione per il calcio rispondeva con “è che sei un polentone”, ha contribuito a formare una credenza limitante che mi sono portato avanti fino a pochi anni fa, quando la scoperta dell’attività di Acquabike mi ha spinto a credere di esserci invece portato, appassionandomi al punto tale da prendere un paio di qualifiche che mi hanno permesso di insegnare per un anno in alcune palestre.

Analogamente a quanto già detto per il disegno, certo oggi non sono un campione olimpico e non ambisco a diventarlo, mi limito a praticare un po’ di boxe, ma so che comunque il fitness caratterizza il mio Brand Personale e la mia quotidianità, anche nella sfera professionale (quanti consigli di stretching “da scrivania” dati durante i corsi di formazione a impiegati che lamentavano dolori alle spalle piuttosto che indicazioni sulla respirazione come metodo per gestire lo stress).

Le credenze hanno un enorme potere su di noi e sulla nostra realizzazione professionale. Possono aiutarci o, viceversa, ostacolarci senza che ce ne rendiamo conto, facendo risuonare frasi che accompagnano la nostra quotidianità. Quando siamo piccoli, e ci proiettiamo a scoprire il mondo esterno, cadere vittima delle credenze è molto più facile. Basta una frase detta nel modo sbagliato, magari anche in buona fede (probabilmente la mia maestra avrebbe un ricordo diverso della vicenda del disegno) perché il seme della credenze limitanti s’insinui dentro di noi e inizi a crescere, facendoci “chiudere” alcune porte della nostra potenzialità che poi, crescendo, si sigillano sempre di più, complice un subconscio che tende a confermare le nostre credenze:


Che tu creda di farcela o di non farcela avrai comunque ragione (H. Ford)
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Riuscire ad aprirle, allora, sembra un’impresa impossibile, ma in realtà non è così, perché se troviamo il punto giusto dove far leva, rapidamente si sgretolano innescando una liberante reazione a catena.

Utilizzare la piramide dei livelli logici può darci un validissimo aiuto per la nostra realizzazione professionale, permettendoci di capire dove far leva e quindi a che livello intervenire per modificare una condizione spiacevole o comunque limitante.

In questi anni, infatti, l’ho utilizzata molto su di me e con molti corsisti nei casi in cui “continuo a fare gli stessi errori e, per quanto cerchi di modificare il mio comportamento, continuo a ricaderci”. Se ad esempio riconosco che il comportamento è da modificare, ma a livello dei valori vivo la diffidenza verso ciò che è nuovo e la convinzione che “vado bene così”, difficilmente riuscirò a cambiare. Solo intervenendo sul livello che “origina il problema” a valle cambieranno, a cascata, i livelli sottostanti e, di conseguenza, anche il comportamento.

E ora tocca a te. Quali credenze (limitanti o potenzianti) hanno determinato, nella tua crescita, la chiusura o l’apertura di alcune porte? Come sei riuscito a superarle? Credi che la piramide dei livelli logici possa essere un valido aiuto per riuscire ad affrontarle? Raccontami tutto questo nello spazio dei commenti!

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