Domee: un servizio tutto italiano per il tuo Personal Branding online

Riprendi il dominio della tua identità. E’ questo il claim di Domee, servizio online tutto italiano, che esprime efficacemente l’intento della piattaforma di proporsi come strumento di Personal Branding per tutti, permettendo, con pochi click, di avere la propria pagina personale online. Cos’è Domee, startup fondata a Firenze nel 2012 da Dotweb Srl e dall’acceleratore Nana Bianca, è una piattaforma online che permette a chiunque, senza bisogno di particolari competenze tecniche, di creare un sito personale (o pagina personale se preferite) con pochi semplici click, e riempirlo di contenuti, aggiornati in tempo reale, collegando i social network nei …

Domee: un servizio tutto italiano per il tuo Personal Branding online

Domee HomeRiprendi il dominio della tua identità. E’ questo il claim di Domee, servizio online tutto italiano, che esprime efficacemente l’intento della piattaforma di proporsi come strumento di Personal Branding per tutti, permettendo, con pochi click, di avere la propria pagina personale online.

Cos’è

Domee, startup fondata a Firenze nel 2012 da Dotweb Srl e dall’acceleratore Nana Bianca, è una piattaforma online che permette a chiunque, senza bisogno di particolari competenze tecniche, di creare un sito personale (o pagina personale se preferite) con pochi semplici click, e riempirlo di contenuti, aggiornati in tempo reale, collegando i social network nei quali si è attivi.

Scoperto il servizio grazie a questo post di Francesco Gavello e, per ovvi motivi, incuriosito dalle sue potenzialità in ambito di Personal Branding online, sono stato piacevolmente stupito sin dal primo approccio. Se quello che mi aspettavo, infatti, era un aggregatore di link ai vari profili social, alla About.me e cugini più o meno lontani per intenderci, mi sono trovato di fronte qualcosa di molto più efficace e “vivo”, passatemi il termine, che restituisce, con una grafica gradevole e responsive (il mobile è sempre più importante), un’immagine coerente e chiara della nostra presenza online.

Il progetto mi è sembrato interessante e ben fatto, tanto che ho voluto saperne di più contattando direttamente il team di Domee, i quali si sono dimostrati disponibilissimi non solo permettendomi di testare la versione premium del servizio, ma anche rispondendo ad alcune domande che mi hanno meglio chiarito lo spirito del progetto.

L’obiettivo di Domee, nato dall’esperienza accumulata dal team in anni di lavoro nel settore dei domini, è quello di fornire, mi dice Massimiliano Mancini, responsabile adv del progetto, “il modo migliore, semplice e veloce per creare e pubblicare un sito web senza preoccuparsi di aggiornamenti dei contenuti o di aspetti tecnici“.

Due, dunque, gli aspetti chiave del servizio: la semplicità di poter creare un sito personale accattivante e ben organizzato con pochi click; l’aggiornamento automatico dei contenuti dai social network che permette anche agli utenti più “pigri” di avere una pagina sempre aggiornata senza doversene preoccupare.

Domee Enrico Bisetto

Come funziona

Il servizio, come accennato poco sopra, offre due versioni, una gratuita e una a pagamento. La versione gratuita permette di creare la propria pagina con indirizzo www.domee.com/nomeutente e di collegare 6 social network tra i più diffusi (Facebook, Twitter, Instagram, Foursquare, Linkedin, Google+). La versione premium (a pagamento) consente in più di aumentare i social collegati (prossimamente in arrivo anche Tumblr e Flickr), di avere un dominio e una casella di posta personalizzate, di accedere alle statistiche degli analytics integrati.

La creazione della pagina è semplice ed immediata. Si accede effettuando il login di Facebook, si procede collegando tutti gli altri account dei social network a cui siamo iscritti, e in pochi click la pagina é pronta, senza bisogno di troppe personalizzazioni.

Personalizzazioni che però sono possibili. La pagina realizzata è infatti divisa, anche visivamente, in sei sezioni (biografia, lavoro, pensieri, luoghi, foto, contatti), e per ciascuna di queste possiamo decidere se farla comparire o meno, in quale successione, e da quale social farle prelevare i contenuti (es. la foto di copertina da Facebook o G+, la bio da Twitter, Facebook o Google, e così via). Di più, per alcuni particolari contenuti (pensieri, foto) possiamo decidere quale tipologia rendere utilizzabile (es. solo pubblici o tutti, per le foto solo quelle scattate da me o quelle in cui sono taggato, etc.) e inoltre abbiamo la possibilità di intervenire sul singolo contenuto per renderlo visibile o meno sulla nostra pagina. E, sempre Massimiliano, ci anticipa poi che per il futuro è prevista una gestione ancora più avanzata.

Domee Impostazioni

Per quanto riguarda le statistiche (servizio premium) ci vengono presentati i dati relativi alle visite e interazioni sul sito, e alcuni dati generali relativi alla nostra attività sui vari canali social. Nulla di particolarmente approfondito per chi è abituato ad utilizzare strumenti di analisi più sofisticati, ma non dobbiamo dimenticare qual è il target della piattaforma.

Alcune valutazioni

E veniamo proprio al target cui si rivolge Domee, aspetto fondamentale da tenere in considerazione nel valutarne il servizio. Il progetto non si rivolge all’utente pro, blogger, socialmediacosi e web guru di varia ed avariata natura, quanto all’utente medio che popola la rete, e che non ha le competenze, la motivazione o semplicemente la costanza per acquistare un dominio proprio, installarvi un blog e curarlo nel tempo, ma che è invece attivo sui più diffusi social network che utilizza ormai come strumenti quotidiani. Ecco allora che con poco sforzo quest’utente può avere un proprio indirizzo web nel quale dar corpo alla propria identità online grazie ad un impatto visivo coinvolgente e a contenuti sempre aggiornati, compiendo, di fatto, un primo passo per la cura del proprio Brand Personale online.

Sempre relativamente al target va sottolineato che il servizio attualmente è pensato per un utilizzo prettamente personale, rivolto cioè alle persone e non alle aziende, ma ad una mia precisa domanda a riguardo Massimiliano precisa che “in futuro pensiamo di aprirci anche alle aziende, con la possibilità di agganciare Fan Page di Facebook e altri contenuti più professionali“, quindi l’evoluzione di Domee sembra riservare parecchi interessanti sviluppi.

Un ultimo aspetto, legato al Personal Branding, sul quale voglio soffermarmi è la percezione d’assieme che Domee restituisce della propria presenza online, che fornisce una prospettiva interessante e stimolante sulla propria frammentaria attività sui social network.

Si dice spesso che tutto ciò che postiamo e condividiamo online rimane per sempre e, grazie alla liquidità della rete, raggiunge destinatari che nemmeno sospettiamo. Un servizio come quello di Domee che non si limita, come altre piattaforme simili già citate, a raccogliere i link delle nostre presenze social, ma ne presenta i contenuti in modo organizzato e, soprattutto, aggregati in un’unica pagina, ci fa cogliere esattamente questo, permettendoci di valutare con uno sguardo a 360° la nostra attività sui social media.

Ecco che allora possiamo renderci conto che il nostro job title su LinkedIn non è preciso (o troppo lungo, sigh!), oppure che non gestiamo in modo efficace le impostazioni di condivisione dei contenuti su Facebook, o ancora che, viste tutte assieme, le foto su Instagram non ci rappresentano, o mille altre valutazioni che possono aiutarci a correggere gli errori e raffinare il nostro Brand Personale online.

In questo senso il servizio si dimostra utile per il Personal Branding sui social anche di chi ha già un proprio sito/blog e competenze (ed esigenze) più professionali, ma difficilmente ha una chiara visione d’assieme della propria attività sul web sociale come quella che, con un solo sguardo, la piattaforma gli fornisce.

Domee sezione foto

In conclusione, un interessante progetto tutto italiano, che parte da obiettivi chiari e concreti e che ha tutte le potenzialità per ulteriori sviluppi, Domee si presenta come utile strumento di Personal Branding sia per chi non ha una propria presenza online strutturata e può così avere un proprio sito di riferimento, sia per chi possiede già un proprio sito/blog con un’attività online consistente e vuole avere una visione più organica della propria attività social.

Queste le mie impressioni dopo averlo testato. Fammi sapere cosa ne pensi tu, o se preferisci altre piattaforme simili, lasciando un tuo commento qui sotto.

Per questo post ringraziamo:

Sestyle – Personal Branding

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Argomenti Trattati: social media, social network, social media marketing, social network marketing

Dai un nuovo ritmo alle tue giornate. Auguri dalla #XmasBand!

Ed è di nuovo Natale. C’è chi lo passa circondato dall’affetto chiassoso dei parenti e chi lo trascorre in modo semplice e discreto con la persona cara. Qualunque sia la vostra scelta, gli auguri della Xmas Band sono la colonna sonora ideale per farvi trascorrere le festività con un sorriso e con il ritmo giusto. Ok, ok, Natale è arrivato anche quest’anno, ma diciamola tutta: ogni anno, passate le festività, ci giuriamo che l’anno successivo sarà diverso: ci diciamo che faremo tutto per tempo, che ci limiteremo all’essenziale, che eviteremo i centri commerciali il 23 dicembre …

Dai un nuovo ritmo alle tue giornate. Auguri dalla #XmasBand!

Auguri Natale 2013 dalla XmasbandEd è di nuovo Natale. C’è chi lo passa circondato dall’affetto chiassoso dei parenti e chi lo trascorre in modo semplice e discreto con la persona cara. Qualunque sia la vostra scelta, gli auguri della Xmas Band sono la colonna sonora ideale per farvi trascorrere le festività con un sorriso e con il ritmo giusto.

Ok, ok, Natale è arrivato anche quest’anno, ma diciamola tutta: ogni anno, passate le festività, ci giuriamo che l’anno successivo sarà diverso: ci diciamo che faremo tutto per tempo, che ci limiteremo all’essenziale, che eviteremo i centri commerciali il 23 dicembre per i regali dell’ultimo minuto, che riusciremo finalmente a trascorrere la vigilia in compagnia di Tutti insieme appassionatamente e del Piccolo Lord, ma soprattutto che non arriveremo al 25 con i gamberetti neri sotto agli occhi.

Siamo troppo di corsa, ecco la verità, abbiamo tanti pensieri per la testa e tante scadenze, il futuro non è sicuro e viviamo nella continua ansia da prestazione, confidando sempre che arrivi presto il momento per tirare fiato e per prendere le cose un po’ più alla leggera. Promesse, continue promesse, ma che non sempre (quasi mai in effetti) riusciamo a realizzare, e allora ecco che anche le vacanze di Natale rischiano di diventare un ulteriore tour de force per riuscire a incontrare tutti coloro ai quali abbiamo detto “Dai, ci beviamo un caffè con calma tra Natale e l’Epifania”, per chiudere tutte le pratiche che abbiamo lasciato in sospeso nell’ultimo mese “perché tanto lo farò durante le vacanze”, per fare quei piccoli ma necessari lavoretti in casa che “nella prima settimana di gennaio vuoi che non trovi il tempo”?

E così corriamo, corriamo da un impegno a un altro senza mai riuscire a goderci il momento presente e a dedicare qualche minuto a noi stessi e al nostro reale benessere. E qui sta il punto: mai come adesso è fondamentale trovare qualcosa che ci faccia star bene, che riesca, magari in pochi minuti, a strapparci un sorriso o, ancora meglio, una risata e a regalarci la giusta prospettiva delle cose.

Per questo motivo la Xmas Band è tornata, cari amici: qualcuno si è preso una pausa e qualcun altro è entrato nel frizzante gruppo natalizio ma, sempre con l’idea che le cose realizzate assieme producono i risultati più importanti, eccoci pronti a farvi trascorrere qualche minuto in movimento con i nostri auguri per uno splendido Natale e felice 2014.

La compagnia di mattacchioni del web di quest’anno, oltre ai sottoscritti, vede la presenza dei rodati Stefano (colonna portante di questo progetto), Andrea Daniele e Cristina a cui si aggiunge la new entry Mattia (pensavamo sarebbe stato più emozionato, a dir la verità :P ) e ognuno di noi è pronto a dedicarvi un augurio speciale di buon Natale che dia un nuovo ritmo alle vostre giornate.

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Tanti auguri, cari amici, e nei prossimi giorni trovate il tempo per voi stessi e un motivo per sorridere: questo sarà il modo migliore per accogliere il 2014 che sta per iniziare. Ci rivediamo a gennaio, per un anno denso di nuove ed emozionanti avventure.

Per questa news si ringrazia:

Sestyle – Personal Branding

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Personal Branding: 15 anni fa una bella intuizione, oggi questione di sopravvivenza

Centralità della persona, importanza delle relazioni e dell’ascolto, pensiero laterale e creatività, empatia e comunicazione emotiva, cambiamento e innovazione etica… sono tanti i concetti espressi nei due giorni di World Business Forum a Milano sul futuro del business e della comunicazione, ma dal nostro, particolare, punto di vista non potevamo che intitolare questo post con le parole di Tom Peters, profeta del Personal Branding. Ad una settimana di distanza dai due giorni di World Business Forum di Milano (5 e 6 novembre scorsi) sono ancora molti gli stimoli forniti dai vari speaker che si sono alternati sul palco che continuano …

Personal Branding: 15 anni fa una bella intuizione, oggi questione di sopravvivenza

Tom Peters al World Business Forum MialnoCentralità della persona, importanza delle relazioni e dell’ascolto, pensiero laterale e creatività, empatia e comunicazione emotiva, cambiamento e innovazione etica… sono tanti i concetti espressi nei due giorni di World Business Forum a Milano sul futuro del business e della comunicazione, ma dal nostro, particolare, punto di vista non potevamo che intitolare questo post con le parole di Tom Peters, profeta del Personal Branding.

Ad una settimana di distanza dai due giorni di World Business Forum di Milano (5 e 6 novembre scorsi) sono ancora molti gli stimoli forniti dai vari speaker che si sono alternati sul palco che continuano a girarmi in testa. E credo continueranno a farlo per un bel po’, cercando una loro collocazione, mescolandosi e sovrapponendosi a quanto già conoscevo, depositandosi lentamente per essere metabolizzati e germinare in nuove idee e riflessioni.

Perciò non vi farò la cronistoria dell’evento, elencandovi i vari interventi di questi illustri pensatori della comunicazione e del management (qui li trovate tutti), probabilmente non sarei nemmeno in grado di metterli in fila in modo ordinato e coerente. Tanto più che con me c’era un nutrito gruppo di blogger che a loro volta sapranno raccontarvi il “loro” World Business Forum. Ecco perché preferisco mettere da parte oggettività e neutralità per lasciarvi, invece, le mie parziali e personalissime suggestioni, che si adattano tanto al Brand aziendale quanto a quello personale.

Make it personal!

La centralità della persona, delle relazioni umane e del sentire individuale è stato il concetto più ribadito da tutti gli speaker presenti. Sia intesa come cura dei propri clienti (e prima ancora dei propri collaboratori), sia come modalità di comunicazione: da persona a persona e non da produttore a massa di consumatori.

La persona è al centro quando Tom Peters sottolinea che i veri leader devono “fare le persone” (leaders do people) ovvero stimolare lo sviluppo, la crescita dei propri collaboratori per farne ambasciatori del proprio brand, anche grazie ai Social Media (“se vi prendete cura delle persone all’interno dell’azienda, queste si prenderanno cura dei vostri clienti“), sia quando enfatizza l’importanza delle relazioni nel business, all’interno della propria attività (“le persone lasciano i manager, non le aziende“), ma anche all’esterno (“diventerete come le 5 persone che frequentate di più“), e riassume il concetto con l’acronimo MBWA – Managing By Wondering Around.

La persona è al centro quando Martin Lindstrom dimostra che il multitasking è umanamente impossibile e che il nostro cervello è ormai talmente sovra-stimolato da non sopportare più le attese di alcun tipo. O quando Mauro Porcini dice che il design non riguarda gli oggetti ma le persone, e che i brand non possono più parlare alle persone ma devono parlare con le persone. O ancora quando Daniel Pink, al quale ho rubato lo slogan iniziale di questo paragrafo, ci invita a rendere personale il nostro brand, sia come presenza che come percezione del proprio cliente.

Abbiamo una bocca ma due orecchie

Altro tema su cui si è fortemente insistito durante questi due giorni è stato quello dell’ascolto. Al grido di “dormite col vostro consumatore” Lindstrom non si è stancato di ribadire che solo capendo i sentimenti e le paure dei clienti, e trovando loro delle soluzioni, si può arrivare al successo duraturo, attraverso quella che lui ha chiamato la regola del 24/7, ovvero dell’ascolto e monitoraggio continuo dei feedback, e che Pink ha sintetizzato nel passaggio da “problem solving” a “problem finding” (prima di risolverlo bisogna essere in grado di individuarlo un problema).

Ascolto che però è necessariamente condizionato dall’ascoltatore, sia in senso positivo (secondo Porcini l’ascolto dei consumatori va bilanciato dalla leadership del design thinker per produrre vera innovazione), sia in senso negativo (Pink, in accordo con le teorie di Daniel Goleman sull’Intelligenza Emotiva, non ha mancato di sottolineare che quanto più si è potenti e autorevoli tanto meno si è disposti ad ascoltare e che, quindi, per essere più efficaci bisogna imparare a ridurre il proprio stato di potere). “What do you think?” sono, infatti, secondo Peters le quattro parole più importanti nel business.

Il Brand è emozione

E dalla centralità della persona e dell’ascolto non può che derivare l’importanza delle emozioni e dell’empatia. Viviamo nell’era del sovraccarico di informazioni, non abbiamo bisogno di altre informazioni, secondo Kevin Roberts, ma di ispirazioni, non occorrono mission ma sogni che sappiano motivare o, per dirla con Alex Rovira, di visioni che diano speranza e facciano da carburante alle nostre azioni.

L’ottantacinque per cento delle azioni che svolgiamo quotidianamente avviene a livello irrazionale ed emotivo, com ci spiega Lindstrom, dunque per creare un brand di successo, che sappia entrare in empatia coi propri clienti, non serve un’approccio razionale ma iper-irrazionale. Non dobbiamo accontentarci della soddisfazione dei nostri clienti, come ci ricorda Porcini, ma dobbiamo amarli e cercare il loro amore e, in questo senso, i nostri prodotti o servizi devono saper comunicare, mettere in relazione, unendo funzionalità ed emozioni.

Gli utili sono il sottoprodotto dei nostri talenti

Siamo passati dall’era della conoscenza all’era della creatività, secondo Luke Williams, dove innovazione ed empatia sono le competenze minime richieste, e dove non c’è più da inventare la ruota, come dice Chris Anderson, ma da aggiungere qualcosa grazie al nostro talento e alla collaborazione, coltivando quelle idee che Williams chiama dirompenti e che quanto più sono lontane dai cliché, quanto più sono “folli” rispetto al ragionevole status quo, tanto più ci daranno la possibilità di creare nuovi mercati diventando i primi a percorrere sentieri inesplorati.

Quello che ci rende umani (e quello che ci rende unici, aggiungo io) è ciò che ci impegna con più passione, torna a dire Anderson, cui fa eco Peters quando afferma che sono i talenti che possediamo a definire il nostro Brand, invitandoci a risvegliare l’animo imprenditoriale che è dentro ciascuno di noi: “al tempo delle caverne eravamo tutti imprenditori, liberi professionisti della sopravvivenza“.

Kevin Roberts al World Business Forum Milano

Be Yourself!

Fondamentale, per l’innovazione, è condividere le idee con persone che abbiano background differenti (ancora Luke Williams). La diversità dev’essere una risorsa, come ci illustra Susan Cain nel suo elogio degli introversi (e ancora ritrovo le parole di Goleman). Dunque non importa che siamo introversi o estroversi (o ambiversi… questi mi mancavano), che la nostra creatività si esprima al meglio nel pensiero solitario o nello stimolo del confronto con gli altri (comunque necessario), c’è bisogno di entrambi gli approcci, come sempre, Yin e Yang, per produrre idee davvero innovative. Dobbiamo aprirci, confrontarci con chi abbiamo intorno, ma soprattutto essere sempre noi stessi, al meglio delle nostre capacità, perché l’autenticità è sempre percepita dall’interlocutore.

Sii catalizzatore di cambiamento

E dove può portarci tutto questo se non ad abbracciare il cambiamento. Anche, e soprattutto, in un momento di “crisi” come questo. Non c’è mai stato un momento più stimolante ed entusiasmante per perseguire il cambiamento di quello che stiamo vivendo, secondo Williams, perché è proprio quando tutto sembra statico che bisogna scardinare i cliché e lanciare idee dirompenti.

“Kri”, prefisso della parola crisi, in sanscrito indica un’azione trasformatrice positiva, ci insegna Rovira, e una crisi non è necessariamente una catastrofe, lo diventa se non la sappiamo gestire, è invece uno straordinario motore di cambiamento perché noi tutti cambiamo solo se ne siamo costretti o se ne siamo convinti. Servono motivazione e sicurezza nelle proprie capacità, per trasformare la crisi in opportunità, perché con la speranza e l’ottimismo che ne derivano possiamo trasformare la crisi, questa crisi, in un cambiamento di paradigma dall’avere all’essere.

Il fallimento è opportunità di miglioramento

Cambiare, percorrere strade nuove, significa necessariamente rischiare, a volte sbagliare, ma non bisogna temere il fallimento, quanto piuttosto imparare a gestirlo, solo così si può sperare di innovare (Mauro Porcini).Tutti gli speaker sono tornati su questo concetto. Per crescere, per innovare, non è sufficiente il talento, serve l’esperienza empirica, fare, fare, e ancora fare, e fare significa anche sbagliare e imparare dai propri errori.

Non solo c’è bisogno di sviluppare una cultura (soprattutto nel nostro paese) che non punisca gli errori ma insegni a gestirli ma, come dimostra Andre Agassi con la sua esperienza, dobbiamo capire che nella vita (e nel business) si migliora solo quando si accettano le proprie debolezze. Di più, dobbiamo imparare a trasformare quelli che consideriamo i nostri punti deboli, i nostri limiti, nei nostri punti di forza, come suggerisce Susan Cain.

Scaglia la tua freccia contro la luna, continua a provarci, non la colpirai mai, ma solo credendoci e continuando ad allenarti diventerai un ottimo arciere.

Solo con l’etica creiamo vera trasformazione

Il business deve arricchire le persone (non solo in senso economico), o non vale la pena farlo (Peters). E qui il cerchio si chiude e torniamo alla centralità della persona. Il business, più dei governi secondo Kevin Roberts, può e deve generare crescita, quindi il suo ruolo è rendere il mondo un posto migliore. Per questo quelle che Williams chiama idee dirompenti non devono essere fine a se stesse ma devono creare valore. E questo può avvenire solo se, come indica Lindstrom, oltre a capire i propri clienti li si aiuta nei loro bisogni attraverso l’etica.

La miseria morale genera miseria economica“, ben sintetizza Alex Rovira (forse lo speaker che mi ha colpito di più), perché il talento deve essere accompagnato dalla capacità di darsi agli altri per diventare virale e raggiungere il successo. Dobbiamo essere le pietre d’appoggio per coloro che lavorano con noi, contagiare gli altri con la nostra visione, coinvolgerli grazie alla coerenza con i nostri valori, perché solo le aziende (e i professionisti) con un cuore daranno nuova vita. [Poi non ditemi che il mio sogno di Umanesimo Digitale è solo un’utopia]

Piccola digressione personale

Tom Peters con Enrico Bisetto e Damiano BordignonDurante il primo giorno di interventi abbiamo avuto, insieme agli altri blogger presenti, la possibilità di incontrare privatamente Tom Peters. Inutile che vi dica l’emozione provata nello stringere la mano a colui che quindici anni fa ha praticamente coniato il termine Personal Branding.

Quello che più mi ha colpito di questo signore di 71 anni che, durante il proprio speech, si muoveva come una gazzella lungo tutta la lunghezza dell’enorme palco esprimendo le proprie idee con una forza e un tono tali da coprire quasi la voce del traduttore in cuffia, è stata la dimensione estremamente umana e familiare con cui si è rapportato a noi. Ha riso di gusto quando, un po’ imbarazzato, l’ho ringraziato di aver inventato una parola che ora per me è professione, e, alla mia successiva domanda su come valutasse il Personal Branding a distanza di tre lustri da quella sua iniziale formulazione, ha risposto con la frase che è il titolo di questo post.

E’ stato cordiale e disponibile nel rispondere a tutte le nostre domande, nel prestarsi a farsi fotografare con molti dei presenti, e autenticamente appassionato quando ha espresso la sua fiducia negli strumenti del web mettendoci però in guardia dalle possibili derive narcisiste (“I Social Media sono un grande equalizzatore, ma solo se si ha qualcosa da dire. Molti li usano solo perché gli piace il suono della propria voce“). Ma sempre con una modestia (“inutile che lo dica a voi che probabilmente ne sapete più di me“) e con un’affabilità che difficilmente ho riscontrato in personaggi, di certo meno celebri e non della sua levatura, italiani, ai quali basta qualche migliaio di follower su Twitter per sentirsi delle star e assumere atteggiamenti distanti e supponenti [i grandi si riconoscono anche da questo, imparate cari connazionali]. Insomma, caro Tom, ho deciso di eleggerti, oltre che mio mentore, mio nonno putativo.

Concludo ringraziando Camilla, e tutta l’organizzazione del World Business Forum, per l’opportunità avuta, e tutti gli altri blogger presenti per il vivace confronto e i bei momenti passati assieme. Con la speranza di aver trasmesso anche a voi, che mi leggete, un po’ di quella carica e di quegli stimoli che mi sono “portato a casa” da quest’esperienza.

Ci sono riuscito? C’è qualcosa che vi ha colpito particolarmente dei (molti) temi trattati? Oppure qualche argomento che vi sembra assente da questo lungo discorso sull’innovazione possibile? Fatemelo sapere attraverso i vostri commenti, il confronto rimane lo scopo principale anche di questo blog.

Per questo articolo ringraziamo:

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Personal Branding: 15 anni fa una bella intuizione, oggi questione di sopravvivenza

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Argomenti Trattati: social media, social network, social media marketing, social network marketing

#30IFIStour: Banktelling e Umanesimo Digitale

In viaggio con una banca, soggetto che comunemente suscita un’idea di ingessata distanza e che, in particolare in questo periodo di crisi, non è certo tra i più amati, puoi scoprire invece come, grazie ad una visone innovativa, degli autentici valori etici e una comunicazione trasparente e aperta, possa fornire stimoli concreti per trasformare la crisi in opportunità, per sé, per i propri clienti e per il tessuto imprenditoriale del territorio. Il 25 e 26 ottobre scorsi abbiamo partecipato al “30 IFIS Tour”, evento organizzato da Banca IFIS per il suo 30° compleanno che ha coinvolto alcuni blogger e professionisti della …

#30IFIStour: Banktelling e Umanesimo Digitale

Banca IFIS blogtourIn viaggio con una banca, soggetto che comunemente suscita un’idea di ingessata distanza e che, in particolare in questo periodo di crisi, non è certo tra i più amati, puoi scoprire invece come, grazie ad una visone innovativa, degli autentici valori etici e una comunicazione trasparente e aperta, possa fornire stimoli concreti per trasformare la crisi in opportunità, per sé, per i propri clienti e per il tessuto imprenditoriale del territorio.

Il 25 e 26 ottobre scorsi abbiamo partecipato al “30 IFIS Tour”, evento organizzato da Banca IFIS per il suo 30° compleanno che ha coinvolto alcuni blogger e professionisti della rete, insieme al management della banca, con lo scopo di raccontare la banca attraverso un ideale viaggio tra le sue sedi principali, da Venezia, Bologna e Firenze, fino Roma.

Un evento che ha saputo distinguersi da altre iniziative analoghe di blogtour, non solo per il coinvolgente racconto della banca e delle sue strategie [rinominato banktelling da un tweet di Enrico Bellinelli] che ha saputo trasmettere la carica innovativa di questa realtà, o per la cura nell’organizzazione con tanto di carrozza riservata in treno per condividere al meglio anche il viaggio e di visita al museo Macro per arricchire l’esperienza, ma soprattutto per l’atmosfera di autentica condivisione che si è venuta a creare e che ha stimolato un confronto profondo e ricco di reciproco scambio intellettuale ed umano.

Premesse

Non vi parlerò nel dettaglio dell’attività della banca, dei prodotti che offre, di come una visione strategica dove etica e profitto convivono stia premiando questa atipica realtà del veneziano, perché non è il mio campo. Preferisco lasciarlo fare a fonti più specializzate e, soprattutto, al lavoro di Mara e di tutto il suo team, ChiaraLuca, Mattia e Scila [Juri, Pamela, come ci foste stati] che, attraverso il sito, i Social, e le varie iniziative messe in atto ve lo possono illustrare sicuramente meglio di me.

Non vi racconterò di come per IFIS sostenere e dare valore alle PMI non abbia solamente un significato finanziario ma passi anche attraverso la condivisione verso l’esterno di conoscenza interna e la diffusione di cultura dell’innovazione e del digitale che ne ampli le opportunità di business, perché il blog Mondo PMI, con i suoi articoli, guide, ebook, e le iniziative gratuite di formazione per imprenditori come “L’impresa nell’Era Digitale” sono lì a farlo al posto mio.

Non vi parlerò di Giovanni Bossi, AD della banca, del suo carismatico brand personale, della forza ispiratrice della sua visione, e dell’impronta che la banca stessa ne porta, perché presto lo avremo ospite su questo blog in un’intervista dove approfondiremo direttamente con lui questi argomenti.

Non vi racconterò nemmeno del piacere di incontrare/ritrovare quegli amici e colleghi che quotidianamente frequentiamo online ma vediamo solo in (troppo) rare occasioni, come Barbara, Erika, Franz, Futura, Giorgio, Rosa e di conoscerne di nuovi e altrettanto interessanti come Alberto (il Direttore Generale, ma fin da subito titoli e terze persone sono stati banditi), Enrico, Francesco, Raffaele, Siro. Né vi descriverò quanto questo “blog tour” sia stato stimolante non solo sotto l’aspetto del confronto professionale e intellettuale, ma anche per quello umano, di networking e senso d’apparenza ad una comunità, perché il lavoro di storytelling che IFIS sta facendo (e che probabilmente coronerà con un ebook) vi saprà trasmettere più efficacemente di un mio breve post l’energia di questi due giorni.

Banca IFIS workshop

Mi limiterò a parlarvi di quello che più mi compete e mi è affine: di brand e comunicazione online, di  web “autenticamente” social e della necessità di una prospettiva nuova che consideri la crisi un cambiamento di paradigma che rimette al centro la persona e fa dell’innovazione tecnologica non un obiettivo da inseguire né un pericolo da temere, ma uno strumento di crescita comune, in uno scenario che mi piace chiamare di Umanesimo Digitale.

Social Media Branding

Fin dalle prime battute dei lavori di sabato mattina si è toccato subito un tema fondamentale: come si utilizzano i Social Media per il business? Servono per vendere “direttamente” i propri prodotti o servizi? Questione dibattuta da tempo nella blogosfera e tra i professionisti di marketing digitale.

Il nostro punto di vista è sintetizzato dal titolo di questo paragrafo, e sembra confermato dall’esperienza di Banca IFIS. I Social Media servono per fare Branding, per far percepire il proprio valore raccontando la propria attività, i propri progetti, la soddisfazione dei propri clienti, aprendosi al confronto in maniera trasparente e coinvolgendo gli utenti. Se tutto questo lavoro viene portato avanti da un’azienda [o da una banca, o da un professionista] in maniera coerente e creativa, di conseguenza genererà “indirettamente” lead che verrano poi scaricati altrove (es. online su adwords o offline).

Dall’Ascolto alla Co-Creazione

Cosa fare, dunque? Di nuovo il percorso di Banca IFIS sembra da manuale.
Ascolto! Prima di tutto, più importante di qualsiasi altra cosa è ascoltare, ascoltare il proprio mercato di riferimento, ascoltare i propri clienti, ascoltare i propri competitor, e Web e Social Media sono strumenti formidabili a questo scopo. Essere presenti sul Web con un proprio sito o blog, essere presenti sui Social Network, significa fornire uno spazio proprio dove gli utenti possono parlare dei prodotti o servizi che si offrono, e non dover cercare dove lo fanno.

Questo significa anche aprirsi al confronto e alla trasparenza, aprirsi a rischi e critiche, che possono essere gestiti solo se anche all’interno dell’azienda la comunicazione è altrettanto aperta, trasparente e “social” (es. in IFIS Twitter viene utilizzato come sorta di intranet dove tutti all’interno della banca si scambiano le informazioni) e se si è certi della qualità del prodotto o servizio che si offre (es. le critiche per il taglio dei tassi che vengono superate dagli apprezzamenti per i vantaggi del conto).

Un’interazione che porta a farsi conoscere ma anche a conoscere i propri clienti. E che nella migliore delle ipotesi può portare a coinvolgere gli stessi clienti nella creazione di un prodotto nuovo. Ascoltando i loro bisogni, proponendo soluzioni che vengono valutate e votate dagli utenti, per ottenere un prodotto “customer-centrico” che risponde alle loro reali esigenze. E in questo senso l’iniziativa fatta su Facebook da Banca IFIS di co-creazione del conto Rendimax Like è esemplare.

Della Necessità di Essere Autentici

Fare Branding online, guadagnare la fiducia dei propri clienti mettendosi in relazione sui Social Network, tutto passa necessariamente da una comunicazione autentica. Non puoi fingere di essere altro da quello che sei, prima o poi verrai scoperto. Non puoi sperare di coinvolgere gli altri se la tua comunicazione è formale e impostata. E’ necessario che ti metta in gioco in prima persona.

Per un’azienda questo si traduce in bisogno di evoluzione della cultura interna, un processo di dialogo e condivisione interna che coinvolga tutti a partire anche e soprattutto dal top-management. E quando senti l’AD, in jeans e camicia, che chiama col nome di battesimo i propri collaboratori, capisci che sei di fronte ad una realtà dove tutto questo è vissuto quotidianamente.

Autenticità significa anche essere sicuri dell’autentica qualità della propria offerta, perché, come ci ha ricordato Mara alla fine dell’incontro, “prima della comunicazione viene la sostanza”. “Coerenza con il proprio progetto, non ci sono alternative” sottolinea l’AD Giovanni Bossi. Gli fa eco il Direttore Generale Alberto Staccione “Funzioni solo se sei autentico“.

Umanesimo Digitale

Sentire da una banca che fare business “sano”, anche in un periodo di crisi, è possibile a patto che le persone, interne ed esterne alla banca, siano i veri soggetti, che si mettano al centro i bisogni e la dignità del cliente, che si persegua un profitto etico che non sia a discapito di qualcun altro ma in un progetto di crescita comune, che per valutare un’operazione si abbandonino i sistemi numerici puramente quantitativi di affidabilità per conoscere la persona e la sua idea, e la sua capacità di portarla a compimento, mi ha portato ad allargare la prospettiva della mia riflessione.

Se penso all’ambito delle risorse umane (o se preferite hr) da tempo si è ormai capito che criteri quantitativi, come il Q.I., o schematici test di valutazione delle competenze, non sono sufficienti (specie se parliamo di top-management) per distinguere un individuo in grado di eccellere da uno qualificato ma mediocre. Perché le risorse personali sono anche altre, e c’è bisogno di considerare la persona nella sua interezza per poterne valutare le qualità. Ancora una volta è la persona, nella sua complessa originalità, a dover essere al centro del discorso.

Lo stesso Web, che col cosiddetto 2.0 ha dato a tutti la possibilità di diventare creatori e divulgatori di contenuti grazie ai Social Media, di creare reti sociali e professionali superando i limiti geografici e formare community verticali sui Social Network intorno a specifici interessi, di interagire online con i Brand e le aziende relazionandosi direttamente, ha intrapreso un’evoluzione sempre più user-centrica dove è appunto l’utente, l’individuo, la persona il centro della comunicazione.

E allora mi viene da pensare che, forse, è ora di cambiare prospettiva, di smetterla di chiamare “crisi” il periodo che stiamo vivendo e prendere atto che è un cambiamento. Un cambiamento di paradigma che chiede di mettere al centro la persona, in senso olistico di totalità del suo essere umano e non in termini individualistici, e di fare del profitto economico e del progresso tecnologico non degli obiettivi fine a se stessi a vantaggio di una ristretta élite, né dei nemici da combattere per timore o ignoranza, ma degli strumenti di crescita comune.

Mi immagino (sogno forse) un nuovo Rinascimento, un Umanesimo Digitale appunto, che porti con sé questi cambiamenti. E se esistono realtà come Banca IFIS che inseguono questa stessa visione e si fanno mecenate di cultura digitale e innovazione, se blogger e professionisti come quelli che erano presenti al tour continuano a portare avanti il proprio lavoro con passione creativa e coscienza etica e a condividere la propria conoscenza per divulgare questa cultura nuova (se preferite evangelizzare), beh, il sogno mi sembra più vicino, e me ne torno a casa con più speranza e più motivato a cercare di trasformare questo sogno in realtà.

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Ringrazio Banca IFIS per l’opportunità che mi ha dato con questa iniziativa, e tutti gli amici e colleghi che l’hanno condivisa con me per i molti stimoli e le interessanti riflessioni che mi hanno regalato.

E spero di essere riuscito a regalarne qualcuno anche a voi di spunto interessante. Che dite, condividete anche voi il mio sogno cyberpunk di un Umanesimo Digitale?

Per questo post si ringrazia:

Sestyle – Personal Branding

e vi invitiamo a continuare la lettura su:

#30IFIStour: Banktelling e Umanesimo Digitale

#30IFIStour: Banktelling e Umanesimo Digitale


Argomenti Trattati: social media, social network, social media marketing, social network marketing

Hummingbird scatenato

(Questa è la versione italiana del mio post pubblicato oggi su Moz) A volte credo che noi SEO potremmo essere degli ottimi personaggi di un film di Woody Allen: siamo stressati, nervosi, paranoici, tendiamo a bruschi cambi di umore… D’accordo, forse sto esagerando un poco, ma in quel modo tendiamo a reagire ogni volta che Google annuncia un update. Casi come questo webmaster, che disperato pensa di essere stato penalizzato da Hummingbird, non sono poi così rari. Una cosa che certamente non aiuta è la mancanza di chiarezza da parte di Google, che non solo non cita mai Hummingbird …

Hummingbird scatenato

(Questa è la versione italiana del mio post pubblicato oggi su Moz)

A volte credo che noi SEO potremmo essere degli ottimi personaggi di un film di Woody Allen: siamo stressati, nervosi, paranoici, tendiamo a bruschi cambi di umore… D’accordo, forse sto esagerando un poco, ma in quel modo tendiamo a reagire ogni volta che Google annuncia un update.

Casi come questo webmaster, che disperato pensa di essere stato penalizzato da Hummingbird, non sono poi così rari.

Una cosa che certamente non aiuta è la mancanza di chiarezza da parte di Google, che non solo non cita mai Hummingbird in modo ufficiale (per esempio nel post del suo 15º anniversario), ma che anche evita di entrare nei dettagli di questo aggiornamento epocale nelle dichiarazioni “a microfono spento” di Amit Singhal. Infatti, quello che dice Google in parte ha contribuito alla confusione nata intorno all’interpretazione da dare a Hummingbird.

Quando Google annuncia un update – specialmente uno come Hummingbird – la cosa migliore da fare è evitare di cercare immediatamente di capire che cosa è realmente basandosi solo sull’intuizione. È meglio aspettare che le acque si calmino, recuperare i documenti originali, esaminare quelli relazionati ad essi (ed ogni loro variante), prendersi il tempo di vedere l’update in azione, investigare con calma, e solo dopo tutto questo cercare di trovare le risposte più plausibili.

Questo metodo non è sicuramente scientifico (pertanto le risposte non si possono mai definire come “sicuramente corrette”). Questo metodo è filologico, e nel caso degli update di Google credo che si tratti di un metodo ottimo.

I documenti originali sono lo Storify dell’evento per la stampa, durante il quale Google annunciò Hummingbird, e le FAQ che Danny Sullivan pubblicò immediatamente dopo quell’evento, e che fanno diretto riferimento alle dichiarazioni fatte da Amit Singhal durante e dopo l’annuncio di Hummingbird.

I documenti relazionati sono le patenti, che probabilmente sottostanno a Hummingbird, e le osservazioni che esperti come Bill Slawski, Ammon Johns, Rand Fishkin, Aaron Bradley ed altri hanno fatto sono i documenti derivati.

Questo post è il risultato del mio studio di questi documenti e delle osservazioni fatte direttamente delle SERPs.

Perché Amith Singhal ha mescolato mele con arance?

Mentre annunciava Hummingbird, Amit Singhal ha detto che era dai tempi di Caffeine (2010), che l’algoritmo di Google non era attualizzato così profondamente.

Il problema è che Caffeine non fu un update dell’algoritmo, ma un cambio infrastrutturale dell’indice.

Lo scopo di Caffeine, infatti, era quello di ottimizzare l’indicizzazione dei miliardi di documenti che Google crawlea, presentando così agli utenti un pool di risultati più ricco, grande e fresco.

Invece, l’obiettivo di Hummingbird non è una nuova ottimizzazione del processo di indicizzazione, ma capire meglio l’intento degli utenti quando realizzano una ricerca nel suo indice e, quindi, poter offrire loro i risultati più rilevanti.

Ciononostante, possiamo affermare che Hummingbird è anche un update infrastrutturale, perché esso governa i più di 200 elementi che compongono l’algoritmo di Google.

La (forse inconscia) associazione che Amit Singhal ha creato tra Caffeine e Hummingbird ci suggerisce che:

  • Hummingbird non esisterebbe se prima non fosse stato creato Caffeine e, perciò, che lo si dovrebbe considerare un’evoluzione di Google Search e non una rivoluzione;
  • Inoltre, Hummingbird potrebbe essere considerato come il tentativo più ambizioso da parte di Google di risolvere i problemi di qualità creati da Caffeine.

Fatemi spiegare quest’ultimo punto.

Caffeine, eliminando di fatto il cosiddetto “Sand-Box”, causò un’inondazione di documenti di scarsa qualità nell’indice.

Google reazionò con patches come Panda, Penguin e EMD, per citare gli update più importanti.

Questi update così efficaci in quelle che potremmo definire come head e middle tail queries, però non lo sono per un tipo di ricerca che – soprattutto a causa della sempre più crescente adozione della ricerca mobile – un numero sempre maggiore di persone ha cominciato ad usare: le long tail conversazionali, o quelle che Amit Singhal ha definito come “verbose queries”.

L’evoluzione del riconoscimento del linguaggio naturale da parte di Google, la migliorata capacità per disambuguare entità e concetti grazie alla tecnologia eredità da Metaweb e migliorata con Knowledge Graph, e l’enorme miglioramento fatto a livello di personalizzazione delle SERPs, tutte e tre hanno dato a Google gli strumenti teorici e pratici non solo per risolvere quel problema ancora aperto, ma anche per dare un nuovo inizio all’evoluzione della ricerca su Google.

Questa, sostanzialmente, è la storia, che spiega ciò che Amit Singhal, qui sotto parafrasato da Danny Sullivan, ha detto a proposito di Hummingbird:

[Hummingbird] Gave us an opportunity […] to take synonyms and knowledge graph and other things Google has been doing to understand meaning to rethink how we can use the power of all these things to combine meaning and predict how to match your query to the document in terms of what the query is really wanting and are the connections available in the documents. and not just random coincidence that could be the case in early search engines.

Come funziona Hummingbird?

“To take synonyms and knowledge graph and other things…”

Google lavora con i sinonimi da molto tempo. Se guardiamo la timeline che Google stesso ha condiviso nel post del suo 15º anniversario, i sinonimi sono utilizzati sin dal 2002, anche se possiamo dire che la disambiguazione (intesa come analisi ortografica delle queries) si applica sin dal 2001.

Image from Fifteen years on—and we’re just getting started by Amit Singhal on Inside Search blog

L’anno passato Vanessa Fox pubblicò “Is Google’s Synonym Matching Increasing?…” su Search Engine Land.

Leggendo quel post e vedendo gli esempi presentati, è chiaro che i sinonimi erano già utilizzati da Google, in connessione con l’intento dell’utente e sottostante alla query, con lo scopo di allargare lo spettro della query, riscriverla e, così, offrire i migliori risultati agli utenti.

Quello stesso post, però, mostra che usando solo un dizionario dei sinonimi o affidandosi al conoscimento delle queries più utilizzate non era possibile assicurare risultati di ricerca rilevanti (osservate come Vanessa mette in evidenza come Google non considera i cani animali da compagnia nel caso della query “pet adoption”, mentre sì così considera i gatti).

Lo stesso Amit Singhal, in questa vecchia patente, era conscio che fare affidamento solo sui sinonimi non era la soluzione perfetta, perché due parole possono essere sinonimi e possono non esserlo dipendendo dal contesto in cui sono utilizzate (per esempio “coche” e “automóvil” entrambe significano “automobile” in Spagnolo, ma “carro” significa automobile solo nello Spagnolo parlato in America Latina, significando “carro” in Spagna).

Quindi, per poter offrire i migliori risultati possibili utilizzando la semantica, quello di cui aveva bisogno Google era capire meglio, più facilmente il contesto delle queries.

Hummingbird è come Google ha risolto quel bisogno.

Image from "The Google Hummingbird Patent?" by Bill Slawki on SEO by the Sea.

I sinonimi rimangono essenziali; Amit Singhal lo ha confermato nella chiacchierata post evento con Danny Sullivan. Come sono utilizzati è stato descritto da Bill Slawski in questo post, in cui descrive la patente Synonym identification based on co-occurring terms, che  si basa in parte anche sul concetto di “search entities”, che ho descritto in questo mio post su Moz, in cui parlavo di SEO e Personalizzazione della ricerca)

A voler essere precisi, le parole non sono “cose” in se stesse, ma la rappresentazione verbale di cose, e le search entities sono ciò con cui Google oggettivizza concetti astratti. Un oggetto, poi, può avere relazione con altri oggetti, relazione che cambia dipendendo dal contesto in cui sono usati insieme. In questo senso, le parole sono trattate come le persone, le città, i libri e tutte le altre “named entities” solitamente associate a Knowledge Graph.

I meccanismi che Google utilizza per identificare le search entities sono particolarmente importanti per disambiguare i significati potenziali di una parola, e quindi raffinare l’information retrieval in accordo con un “probability score”.

Questa tecnica non è così differente da ciò che Knowledge Graph fa per disambiguare, per esempio, Saint Peter l’apostolo da Saint Peter la basilica  o Saint Peter la città nello stato del Minnesota.

Infine, esiste un terzo concetto che gioca un ruolo esplicito in quella che potremmo definire come la patente di Hummingbird: le co-occorrenze.

Integrando questi tre elementi, Google è teoricamente in grado di:

  1. Comprendere meglio l’intento di una ricerca;
  2. Ampliare il pool di documenti che possono rispondere a quella ricerca;
  3. Semplificare come presenta le informazioni, perché se la query A, la query B e la query C in sostanza significano la stessa cosa, Google non avrà più bisogno di proporre tre SERPs differenti, ma solo una;
  4. Offrire una migliore esperienza di ricerca, perché espandendo la query e capendo meglio le relazioni tra search entities (anche sulla base di elementi di personalizzazione diretti/indiretti), Google può offrire dei risultati che hanno una maggiore probabilità di soddisfare le esigenze dell’utente, che ha fatto un ricerca;
  5. Presentare SERPs migliori anche dal punto di vista degli annunci, perché nel 99% dei casi, le queries verbose non presentano Adwords.

Maybe Hummingbird could have solved Fred Astaire and Ginger Rogers speaking issues…

Il 90% delle queries sono influenzate da Hummingbird, davvero?

Molti SEOs hanno messo in dubbio che Hummingbird abbia influenzato il 90% delle queries per il semplice fatto che non hanno notato alcun cambio nel traffico e nei rankings dei loro siti.

A parte il fatto che le SERPs furono in costante fluttuazione tra la fine di Agosto e la prima metà di Settembre, periodo durante il quale Hummingbird fu lanciato (sebbene questa potrebbe essere solo una coincidenza, assai opportuna però), la query che normalmente targetizza Hummingbird è quella conversazionale (per esempio: “Qual’è la migliore pizzeria tra Piazza del Popolo e via del Corso?”), un tipo di ricerca che normalmente i SEO non tracciano.

Inoltre, Hummingbird è un update che riguarda le queries, non le keywords (men che meno le parole chiave di coda lunga o ultralunga), come ha spiegato ottimamente Ammon Honhs nel post Hummingbird – The opposite of long-tail search. Per quella ragione, tracciare i ranking delle long tail non è il metodo corretto per misurare l’impatto di Hummingbird.

Infine, Hummingbird non ha significato l’estinzione dei fattori classici di posizionamento, ma è piuttosto un nuovo framework in cui essi operano. Se un sito web era autorevole e rilevante per una query, esso continuerà ad essere ben posizionato come lo era prima di Hummingbird.

Quindi, quali siti possono essere stati colpiti? Forse solo quei siti che fanno affidamento solo su pagine fortemente ottimizzate per keyword di coda lunga, ma che posseggono poca o nulla autorità. Quindi, come Rand ha detto nel suo ultimo Whiteboard Friday, adesso è molto meglio creare migliori pagine con contenuti potenzialmente linkabili e condivisibili, che creare migliaia di pagine centrate sul long tail ma di qualità povera o nulla.

Se Hummingbird rappresenta un virata decisa verso la SEO Semantica, questo significa che se uso Schema.org il mio sito rankerà meglio?

Uno dei miti che con più velocità si sono diffusi dopo l’annuncio di Hummingbird fu che i dati strutturati sono uno dei suoi fattori più importanti.

Sebbene sia vero che da alcuni mesi a questa parte Google insiste sull’importanza dei dati strutturati (per esempio, dedicando loro un’intera sezione di Google Webmaster Tools), considerare Schema.org la soluzione magica non è corretto. Anzi, è un esempio di come noi SEO a volte confondiamo il mezzo con il fine.

Google Data Highlighter is a good alternative to Schema.org, even though not such potent

Quello che noi dobbiamo offrire a Google è un contesto facilmente capibile dei temi intorno ai quali abbiamo creato un documento, e i dati strutturati sono utili in questo senso. Ma da soli, però, non sono sufficienti. Come detto in precedenza, se una pagina non è considerata autorevole (grazie anche a links e menzioni esterne), è molto probabile che non avrà la forza sufficiente per posizionarsi bene, specialmente adesso che le queries di long tail sono state semplificate da Hummingbird.

È Hummingbird relazionato con l’aumento della presenza di Knowledge Graph e Answer Cards?

Molte persone sono convinte che Hummingbird altro non sia che la traduzione di Knwoledge Graph nella più classica Google Search, e che questo è direttamente collegato con la proliferazione delle Answer Cards. Questa teoria ha dato origine a posts veramente arrabbiati contro la natura di “scraper” di Google.

Questo si deve al fatto che Hummingbird fu annunciato insieme a nuove funzioni di Knowledge Graph, ma in realtà non esiste alcuna evidente relazione tra Hummingbird e Knowledge Graph.

Ciò che molti hanno pensato essere una causa (Hummingbird è la causa della maggiore presenza di KG e e Answer Cards, quindi è la stessa cosa), è molto probabilmente una semplice correlazione.

Hummingbird ha sostanzialmente semplificato le queries verbose in queries più semplici, e queste ultime a volte sono complementate con Knowledge Graph, che a sua volta è in sempre maggior espansione. Per questo motivo adesso vediamo un maggior numero di SERPs con elementi di KG e con Answer Cards.

Detto questo, è vero che la filosofia che sottostà ad Hummingbird e Kwonledge Graph è la stessa: spostare il centro dalle stringhe di codice alle cose reali.

Hummingbird è basato sul Knowledge Base?

Il Knowledge Base di Google è potente e pervasivo, ma ridurre Hummingbird solo al Knowledge Base sarebbe semplicista.

Come abbiamo detto, Hummingbird fa riferimento a molti elementi, è il Knowledge Base è uno di essi, soprattutto in tutte quelle queries in cui l’elemento della personalizzazione (che a sua volta è uno strato che influenza pervasivamente l’algoritmo) è presente.

Ma se Knowledge Base influenzasse pesantemente il funzionamento di Hummingbird, senza essere complementato da altri fattori, allora potrebbe cadere in quei problemi che  Amit Singhal aveva denunciato riguardo all’uso solo dei sinonimi.

Hummingbird significa che la morte del Link Graph?

No. PageRank e gli altri elementi dell’algoritmo legati ai links sono vivi e vegeti. Anzi, oserei dire che i links adesso sono ancora più importanti come segnale.

Infatti, senza l’autorità che un buon link profile offre a un sito, una pagina web avrà ancor più difficoltà a posizionarsi adesso (rileggete quanto ho scritto sopra riguardo la sorte delle pagine con poca autorità).

Quello che però assume un valore ancor maggiore è il contesto in cui si presentano i links. Questo è qualcosa che avevamo già appreso con Penguin, ma Hummingbird lo riafferma. Links da contesti irrilevanti sono cattivi links.

Comunque, e non sono solo io a dirlo, Google deve ancora migliorare sul fronte dell’analisi della qualità dei links:

Nello stesso tempo, e di nuovo a causa dell’importanza del contesto e dell’entity recognition, le co-occorrenze e le co-citazioni del Brand assumono un importanza ancor maggiore dopo Hummingbird.

Esiste una relazione tra Hummingbird è 100% (not provided)?

Il fatto che Hummingbird e 100% (not provided) siano stati lanciati pressappoco allo stesso tempo sembra essere più che una semplice coincidenza.

Se Hummingbird è tutto attorno le search entities, un migliore information retrieval ed espansione delle queries, se è un update in cui le keywords in (gran) parte hanno perso il loro onnipresente valore, allora centrare tutto il nostro lavoro come SEO sull’analisi delle keywords non è più sufficiente.

Dovremmo smettere di considerare la SEO keyword-centrica, e incominciare a considerarla topic-centric.

Questo cambio ci obbliga a pensare in contenuti di valore e rilevanti, e non solo in “contenuti”. La “SEO copywriting” finalmente termineranno di esistere e sarà semplicimente “copywriting eccellente”.

Come SEO, poi, dovremmo incominciare a capire come funzionano le search entities, e non diventare dei dizionari dei sinonimi viventi.

Se Hummingbird è un salto da gigante verso la SEO Semantica, allora il nostro lavoro come SEO “non è ottimizzare pensando solo al codice (strings), o pensando solo alle cose (things), ma alle connessioni tra codice e cose”, come ha brillantemente detto Aaron Bradley in questo post e in questa presentazione per SMX East.

For that, as SEOs, we should start understanding how search entities work, and not simply become human thesauruses of synonyms.

If Hummingbird is a giant step toward Semantic SEO, then as SEOs, our job “is not about optimizing for strings, or for things, but for the connections between things,” as brilliantly says Aaron Bradley in this post and deck for SMX East.

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Semantic SEO – The Shift From Strings To Things by Aaron Bradley #SMX from Search Marketing Expo – SMX
from Search Marketing Expo – SMX

Che cosa dobbiamo fare per essere Hummingbird-friendly?

Permettetemi di rispondere rivolgendovi delle domande, alle quali dovrete rispondere onestamente:

  1. Quando create/ottimizzate un sito, lo fate avendo un’audience chiara in mente?
  2. Quando state ottimizzando on-page un sito, state seguendo almeno queste buone pratiche SEO?
    1. Usare un’architettura dell’informazione chiara e non esageratamente complessa;
    2. Evitare problemi di canonicalizzazione;
    3. Evitare problemi di thin-content;
    4. Creare un modello semantico per i contenuti del sito;
    5. Ottimizzare topicamente i contenuti del sito pagina per pagina, usando un linguaggio naturale e ricco semanticamente, e avendo impostato una strategia landing-centrica;
    6. Creare contenuti utili per gli utenti, servendosi di una gran varietà di formati, e che che voi stessi amereste linkare nei vostri siti e condividere con i vostri amici;
    7. Implementare Schema.org, Open Graph e i mark-up semantici in generale.
  3. Gli obiettivi della vostra link building sono?
    1. Una migliore visibilità di Marca;
    2. Ottenere traffico da referrals;
    3. Potenziare il senso che la vostra audience ha del vostro Brand come “thoughtful leader” nella vostra nicchia?
    4. Ottenere links da siti topicamente relazionati o da sezioni topicamente relazionate nel caso di siti generalisti (esempio: news sites).
  4. Come SEO, il Social Media vi offre questi vantaggi?
    1. Maggiore visibilità di Marca;
    2. Social Echo;
    3. Un incremento delle menzioni e dei links, e delle co-occorrenze e co-citazioni;
    4. Crescita di traffico organico e di brand ambassadors

Se avete risposto sì a queste domande, allora non dovete fare nulla se non continuare il buon lavoro che state già facendo, migliorarlo ed essere marketers creativi. Probabilmente il vostro sito era già posizionato bene e ottenendo traffico grazie a questa visione olistica della SEO.

Se avete risposto no ad alcune domande, quello che dovete fare è correggere le cose che state facendo male e seguire quelle che si considerano come le best practices della SEO adesso (è i Ranking Factors di Moz sono un’ottima lista di buone pratiche).

Se onestamente avete risposto no a molte delle domande, allora avevate problemi sin da prima che Hummingbird fosse stato lanciato, e le cose non miglioreranno per voi grazie a Hummingbird. È arrivato il momento per voi di cambiare radicalmente il vostro modo di pensare e fare SEO.

Hummingbird non ci sta chiedendo di ripensare la SEO o di reinventare – per l’ennesima volta – la ruota. Semplicemente ci chiede di non fare SEO di m…da.

Ma questo è qualcosa che dovremmo già sapere, no?

Per questo post ringraziamo:

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Hummingbird scatenato

Hummingbird scatenato


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Gestire i social media in soli 30 minuti al giorno! [infografica]

Le attività sui social media richiedono tempo e il tempo è denaro. Quando si è troppo impegnati con le mansioni lavorative quotidiane, ci si dimentica di dedicare una porzione della giornata all’aggiornamento delle proprie pagine e non è un bene! A lungo, infatti, tutto questo potrebbe tradursi prima in un calo di interesse verso quello che si produce o promuove e a più lungo termine in un fallimento dell’attività social proprio perché, lo ricordo, i social rappresentano la quotidianità, la vita reale e per questo va coltivata e c’è necessità di far sentire la propria presenza vitale. …

Gestire i social media in soli 30 minuti al giorno! [infografica]

Le attività sui social media richiedono tempo e il tempo è denaro. Quando si è troppo impegnati con le mansioni lavorative quotidiane, ci si dimentica di dedicare una porzione della giornata all’aggiornamento delle proprie pagine e non è un bene! A lungo, infatti, tutto questo potrebbe tradursi prima in un calo di interesse verso quello che si produce o promuove e a più lungo termine in un fallimento dell’attività social proprio perché, lo ricordo, i social rappresentano la quotidianità, la vita reale e per questo va coltivata e c’è necessità di far sentire la propria presenza vitale.

Certo non si può biasimare tutto questo considerando che il numero dei social “importanti”, quelli cioè su cui vale la pena fare promozione, è aumentato e di conseguenza anche sotto una corretta pianificazione dei contenuti da pubblicare è quasi naturale che ci si dimentichi di considerarli tutti.

Come fare allora?

Ci vene in aiuto, con dei validi suggerimenti, una infografica di Pardot che ci racconta come sia possibile pianificare e automatizzare il processo di pubblicazione dei contenuti sui social in modo efficiente per risparmiare tempo, ma garantendo comunque una presenza sufficiente su tutti i canali, dedicando solo 30 minuti al giorno!

L’infografica analizza le motivazioni alla base della frustrazione dei manager che ovviamente nascono dall’avere a disposizione troppi canali e dal doverli gestire tutti. C’è da dire però che, la scelta di essere presenti su tutti non dovrebbe essere così semplicistica e immediata, ma un minimo ponderata sulla base degli obiettivi che si vogliono raggiungere e badando al fatto che non tutti i canali sono indispensabili per una corretta promozione.

Poi è fondamentale organizzare, o meglio pianificare, le azioni social in modo da avere un filo da seguire senza muoversi a tentoni secondo la logica del “proviamo”.

Vediamo quindi come suddividere il timing dei 30 minuti tra 6 canali social più importanti.

Primi 10 minuti: Twitter

Per Twitter la parola chiave è schedulare. Attività su cui spendere meno tempo (una o due volte al giorno) sono rispondere ai tweet su menzioni ricevute e dedicare pochi minuti alla condivisione di post di colleghi che operano nello stesso settore in modo da favorire e coltivare le relazioni. La restante buona parte del tempo deve esser dedicata alla programmazione dei tweet, con software dedicati in modo da poter controllare perfettamente il flusso dei dati in ogni momento, da pubblicare nei successivi giorni con promozioni o eventi in programma.

Facebook 6 minuti

Il tempo su Facebook è suddiviso per qualche minuto nel coltivare le relazioni rispondendo ai commenti ricevuti e, anche in questo, coltivando quelle già esistenti “likando” contenuti dei partner, clienti e colleghi, mentre per la restante parte maggiore di tempo è opportuno sfruttare la pagina business per promuovere i propri contenuti che vanno dai video alle grafiche fino alle immagini o al lavoro del proprio staff che fa molto human.

Linkedin 6 minuti

Su Linkedin è importante lavorare seguendo una promozione più business dando quindi voce a quei contenuti meno divertenti e che danno più risalto all’aspetto professionale dell’azienda dato che vengono proposti ad un’audience di tutto rispetto. Partecipare ai gruppi è l’interazione più importante che si può avere sul canale, dunque dedicare del tempo a intervenire in discussioni aperte, esprimendo il proprio punto di vista, o crearne di nuove. Infine rispondere a eventuali contatti ricevuti sulla pagina aziendale.

Pinterest 4 minuti

Il poco tempo dedicato a Pinterest non può che essere speso all’interno del canale pinnando e ripinnando contenuti interni al canale senza però tralasciare quelli prodotti dai propri blog o immagini di eventi a cui lo staff ha partecipato di recente. Non dimenticare mai di interagire con gli utenti che hanno dimostrato interesse verso il profilo aziendale ricambiando il favore con pin, like e repin.

Google+ solo 2 minuti!

Sul tempo dedicato a Google+ non mi trovo molto d’accordo. Il canale promette bene ed è un ottimo strumento professionale, dedicare solo 2 minuti del tempo a questo canale è riduttivo e forse improduttivo, chiusa questa parentesi vediamo l’analisi. Il tempo deve essere impiegato nella condivisione dei propri contenuti, soprattutto articoli molto lunghi e articolati, nella propria pagina utilizzando, quando possibile, le cerchie per mirare all’audience ideale e partecipare alle discussioni e conversazioni che si innestano tra i follower.

Mi sento di consigliare di dedicare anche del tempo avanzato, all’utilizzo delle community per migliorare la visibilità del proprio profilo.

Instagram 2 minuti

Infine gli ultimi 2 minuti vanno a Instagram che può essere utilizzato per creare un “dietro le quinte” per i follower dove guardare immagini simpatiche dello staff, eventi o l’ambiente di lavoro, può essere utile sfruttare le connessioni del canale con gli altri social per promuovere meglio il contenuto prodotto al fine di far conoscere la propria presenza su questo canale e, infine, sfruttare le citazioni su immagini per motivare e ispirare i propri follower.

Siete d’accordo con questo timing giornaliero da dedicare ai social? Quanto tempo dedicate a ogni canale giornalmente?

A voi l’infografica!

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Facebook aggiunge il pulsante “Vota” per recensire le pagine luoghi [NEWS]

Piccola novità giunta proprio adesso alle pagine facebook, ma sicuramente utile e da segnalare è l’aggiunta alle pagine “luogo” (quelle a cui è associato un indirizzo geografico) del pulsante “Vota”, posto tra il “mi piace” e il tasto “messaggio”. Cliccandoci sopra comparirà una finestra come quella che segue, che permetterà di votare il luogo attribuendogli da 1 a 5 stelle (eccellente), di commentare la propria “recensione” e condividerla con i propri amici. Le recensioni effettuate andranno ad aggiungersi a quelle già presenti nel box in basso a destra della pagina, in realtà già presente da un …

Facebook aggiunge il pulsante “Vota” per recensire le pagine luoghi [NEWS]

Piccola novità giunta proprio adesso alle pagine facebook, ma sicuramente utile e da segnalare è l’aggiunta alle pagine “luogo” (quelle a cui è associato un indirizzo geografico) del pulsante “Vota”, posto tra il “mi piace” e il tasto “messaggio”.

Cliccandoci sopra comparirà una finestra come quella che segue, che permetterà di votare il luogo attribuendogli da 1 a 5 stelle (eccellente), di commentare la propria “recensione” e condividerla con i propri amici.

vote button

recensisci
Le recensioni effettuate andranno ad aggiungersi a quelle già presenti nel box in basso a destra della pagina, in realtà già presente da un po’ di tempo. Il tasto “Vota” darà modo agli utenti di notare più facilmente la possibilità di recensire la pagina.

recensioni

A cosa serve e come utilizzarla?

Possiamo attenderci l’utilizzo, da parte di Facebook, per un’integrazione delle recensioni nel suo Graph Search, probabilmente in un modo più o meno simile a come funzionano attualmente le recensioni per i ranking su Tripadvisor. Quindi, cercando nel Graph Search ad esempio un ristorante in una città importante, verranno mostrati prima quelle pagine di ristoranti con diverse votazioni effettuate e con un punteggio complessivo elevato.

Lato Social Media Marketing, le aziende con pagine “luoghi” avranno un motivo in più per migliorare la qualità dei loro prodotti e servizi e invogliare gli utenti soddisfatti, a lasciare una recensione “votando” la loro pagina. Le dinamiche virali effettivamente saranno elevate, dato che ogni votazione renderà la fan page visibile a nuovi potenziali utenti.

In arrivo sembra essere anche il “follow” button a mo’ di Twitter. Per l’Italia però non sembra essere ancora attivo.

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fonte immagine: allfacebook

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Argomenti Trattati: social media, social network, social media marketing, social network marketing

Scheduled Tweets: ora tutti i tweet possono essere programmati

Notiziona interessante per gli inserzionisti e marketer di Twitter: adesso è possibile pianificare la pubblicazione dei post connessi anche ad attività di advertising a pagamento. Probabilmente non se ne sentiva poi tanto la mancanza data la presenza online di diversi strumenti che permettono la gestione programmata dei tweet tuttavia, adesso il sapere di aver a disposizione un strumento gratuito, veloce e anche semplice da utilizzare renderà l’attività ancora più piacevole e veloce il tutto restando all’interno della propria piattaforma. La feature si chiama “scheduled tweets” e ha lo scopo di permettere a tutti i marketer di pianificare l’…

Scheduled Tweets: ora tutti i tweet possono essere programmati

Notiziona interessante per gli inserzionisti e marketer di Twitter: adesso è possibile pianificare la pubblicazione dei post connessi anche ad attività di advertising a pagamento. Probabilmente non se ne sentiva poi tanto la mancanza data la presenza online di diversi strumenti che permettono la gestione programmata dei tweet tuttavia, adesso il sapere di aver a disposizione un strumento gratuito, veloce e anche semplice da utilizzare renderà l’attività ancora più piacevole e veloce il tutto restando all’interno della propria piattaforma.

La feature si chiama “scheduled tweets” e ha lo scopo di permettere a tutti i marketer di pianificare l’invio dei tweet ad orari prestabiliti e in giorni prestabiliti.

Come funziona?

Il sistema è semplicissimo ed è identico a quello che abbiamo imparato a conoscere con strumenti tipo Hootsuite o Facebook. Una volta effettuato l’accesso all’interno dell’area ads di Twitter si ha subito la possibilità di comporre il tweet pianificato semplicemente cliccando sulla icona in alto a desta che abbiamo imparato a conoscere.

nuovo tweet pianificato

Al click, si entra in una sezione tweet un po’ più sofisticata rispetto a quella nota in cui, oltre alla classica casella di composizione, troviamo due tab:

  • sponsorizzazione che al momento per noi comuni mortali italiani non è disponibile;
  • pianificazione che permette di pianificare, o inviare subito, il tweet.

La tab pianificazione, quella che ci interessa dato che abbiamo la possibilità di usarla, è semplicissima da comprendere: c’è un calendario in cui scorrere le date e un orario attualmente solo localizzato per Los Angles. E’ sufficiente scrivere il testo del tweets per attivare il pulsante “Pianifica Tweet” che una volta cliccato attiva lo scheduling.

Scheda Scheduing tweets

A questo punto un messaggio informerà che il tweet è stato pianificato e cliccando sul link “Visualizza il nuovo Tweet pianificato” si accede ad una sezione, chiamata “Creativi”, non si capisce il perché del nome al momento, all’interno del quale è possibile visionare i tweet già inviati, quelli sponsorizzati e quelli pianificati che possono essere eliminati ma non corretti.

Messaggio tweet pianificato

Sezione-Creativi-Twitter

Tab solo tweet pianificati

Abbiamo visto che la sezione “Creativi”, al momento della redazione del post, è accessibile solo subito dopo la pubblicazione del tweet schedulato cliccando sul link di avviso di pubblicazione. Non c’è nessuna voce di menu che permetta una accesso successivo a tale area per i successivi login.

Per chi funziona?

Si legge in giro che sia solo per i profili abilitati alla sponsorizzazione a pagamento, ma noi vi dimostriamo che la feature è già attiva per tutti, ieri sera abbiamo già fatto la nostra prima pianificazione del tweet che è stato correttamente inviata questa mattina.

Pubblicazione tweet pianificato

Unico neo al momento l’orario di pianificazione fa riferimento a quello americano dunque, se avete in programma di pianificare l’invio di tweet, è importante fare un calcolo preciso del jetleg in modo da evitare errori.

Sarà utile per questo canale?

Dal punto di vista marketing troviamo che questo strumento sia si utile per determinate comunicazioni del tipo lancio di nuovi prodotti o apertura di nuovi store da li a breve, ma Twitter essendo uno strumento la cui interazione è continua e in real time forse deve essere utilizzato con parsimonia per evitare l’effetto bot che abbiamo imparato a conoscere attraverso applicazioni che generano in assenza dell’utente, tweet automatici.

Per il resto vale sempre la regola di sperimentare e testare il nuovo strumento per capirne i margini di efficacia. Buono studio! ;)

Per questo articolo si ringrazia:

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Cosa sta accadendo alla visibilita’ dei post su Facebook?

Sicuramente molti di voi che gestiscono pagine Facebook importanti si sono resi conto di come qualcosa, negli ultimi tempi, stia impattando in modo negativo sulla visibilità dei post. Ho letto e partecipato a diverse discussioni in merito con altri community managers e tutti erano d’accordo nel confermare un dato piuttosto certo: Facebook ha ridotto la visibilità organica dei post, in una misura anche abbastanza importante, circa il 40% per molte pagine e i primi riscontri si sono notati a inizio settembre. Sarà stato per l’introduzione del nuovo algoritmo For Your Information? Sono sempre stato un sostenitore della creatura …

Cosa sta accadendo alla visibilita’ dei post su Facebook?

Sicuramente molti di voi che gestiscono pagine Facebook importanti si sono resi conto di come qualcosa, negli ultimi tempi, stia impattando in modo negativo sulla visibilità dei post. Ho letto e partecipato a diverse discussioni in merito con altri community managers e tutti erano d’accordo nel confermare un dato piuttosto certo: Facebook ha ridotto la visibilità organica dei post, in una misura anche abbastanza importante, circa il 40% per molte pagine e i primi riscontri si sono notati a inizio settembre. Sarà stato per l’introduzione del nuovo algoritmo For Your Information?

Sono sempre stato un sostenitore della creatura di Mark Zuckerberg e ho sempre appoggiato questo social network al di sopra di tutti gli altri, in quanto la principale spinta innovativa data all’intero settore è proprio partita da Facebook, ma non nascondo che a mio avviso, stanno spingendo un po’ troppo l’acceleratore sui propri interessi, cercando quanto più di monetizzare in ogni modo sulle aziende che decidono di aprirsi al social media marketing, anche in modo scorretto.

visualizzazioni

Perché in modo scorretto?

Pensiamo al fatto che Facebook è favorevole e consiglia di investire in due forme di marketing:

  • la creazione di un piano editoriale di contenuti coinvolgenti che non sia composto solo da mere autopromozioni di prodotto ma che puntino a raccontare storie parallele all’universo di destinazione d’uso del prodotto o servizio e che incentivano il “follower o fan” a interagire con lo stesso con un like, un commento o una condivisione (e con questo tutti abbiamo imparato nel tempo che il contenuto maggiormente coinvolgente è l’immagine, meglio se d’alta qualità, che strappa un sorriso, che genera riconoscimento nel messaggio e spinge alla condivisione).
  • l’advertising. L’advertising per cui l’azienda paga per promuovere un singolo post e l’advertising per cui l’azienda paga per fare in modo che si popoli la propria pagina, in modo del tutto profilato geograficamente, demograficamente o per interessi. Potremmo pensare che ogni nuovo utente acquisito da una campagna di ads profilata su Facebook (che ritengo un sistema di ads management tra i migliori, forse anche migliore di Google Adwords) diventi un nostro prospect che potremmo riuscire a trasformare in lead grazie ai contenuti proposti nel nostro piano editoriale, che potranno avere il beneficio di spingerlo ad un’azione all’insorgere del suo bisogno (che è poi il motivo per cui decide, vedendo gli annunci, di iscriversi alla nostra pagina).

Qui arriva la notizia un po’ triste. Sull’assunto che gestiamo da tempo due pagine di brand su cui sono attive campagne ads finalizzate al popolamento di utenti profilati della pagina con buoni risultati (una media di 0,10 centesimi ad acquisizione nuovo “likers) e che il piano editoriale proposto sia molto in target con le aspettative e capace di generare centinaia di likes, commenti e condivisioni non possiamo non renderci conto di come, comunque, non riusciamo a raggiungere tutti gli utenti che abbiamo acquisito in maniera regolare e non potremmo riuscirci neanche creando contenuti iper-virali.

Quanto affermo lo avrete notato un po’ tutti: al crescere della base di utenti iscritti alla pagina, diminuisce proporzionalmente il numero reale di utenti che vanno a visualizzare quanto pubblichiamo. La cosa che un po’ fa incazzare è che però tu azienda hai pagato Facebook per “acquisire” quegli utenti, per fare in modo che si “abbonassero” alla tua pagina.

Le motivazioni di Facebook sono tutte nei suoi algoritmi che, sintetizzando molto, sembrano voler dire che:

  • se l’ultimo utente si è appena iscritto visualizzerà i contenuti della pagina nella propria bacheca per un po’ di tempo, a meno che decide di non interagire mai con quanto postato dalla pagina (il che non è affatto scontato, in molti sono utenti “passivi”, fruitori solitari del contenuti ma senza voglia di dire nulla). Facebook prende determinati segnali di assenza di interazione come una mancanza di reale interesse in quella pagina o nei suoi contenuti. Il risultato è che dopo un po’ di tempo potrebbe decidere di non mostrare più i contenuti a quell’utente.
  • se l’ultimo utente si è appena iscritto, ma ha migliaia di connessioni attive e in continuo aumento (è questo l’utente compulsivo, quello che mette il like a tutte le pagine che vede e ha 5000 amici) allora il discorso si fa più complesso, indipendentemente che tu azienda “abbia” pagato per acquisirlo, in quanto decidere quali contenuti mostrare in una bacheca “limitata” e magari impostata su “Notizie”, dipenderà molto da come amiamo interagire con quanto proposto e non ci piove sul fatto che su Facebook gli utenti ci stanno principalmente per mettere like agli status o foto dei propri amici e ai vari meme proposti dalle pagine divertenti.
  • se gli ultimi utenti iscritti hanno il vizio di nascondere post (e non stupiamoci neanche qui, anche se l’azienda posta contenuti coinvolgenti è pur sempre un’azienda che si ritrova in una piattaforma NATA PER LE AMICIZIE, non dimentichiamolo!) questi sono segnali che Facebook che penalizzeranno la visibilità dei contenuti, a seconda della tipologia di contenuto che viene nascosto o marcato come spam (e guarda caso, negli ultimi tempi Facebook aveva già deciso di dar maggior peso ai feedback negativi)

Di conseguenza l’azienda ne viene sacrificata, salvo riuscire a proporre contenuti che facciano divertire, o divertire informando (col rischio di snaturare il reale messaggio che il brand deve comunicare), m in ogni caso, lo sforzo creativo di chi deve ideare e produrre quei contenuti sarà veramente alto.

Questo mi spinge a pensare che in realtà, l’algoritmo del NewsFeed di Facebook (comunemente chiamato EdgeRank sebbene non sia mai stato ufficializzato da FB) si sia nel tempo “modificato” e dopo l’IPO di Fb sia stato pensato per favorire l’acquisto di advertising.

La “morale” del post è che a mio avviso si stia tirando un po’ troppo la corda, soprattutto pensando al fatto che anche investendo in advertising, è come se comunque quei numeri di nuovi “mi piace” che vedi crescere costantemente non corrispondano poi a quello che vedrai in termini di visualizzazioni e interazioni con i contenuti.

Probabilmente ci verrebbe da pensare di migrare su altre piattaforme social, ma non lo faremo, perché sappiamo benissimo che Facebook è ancora il social migliore per ogni percorso di web marketing e ciò è innegabile e questo Mark Zuckerberg e soci lo sanno benissimo. Hanno i numeri dalla loro parte, hanno più di un miliardo di utenti iscritti e se li sono guadagnati in tempi non sospetti per la pubblicità e ora li stanno “sfruttando”.

Brutti termini cari lettori, ma è proprio così. Hai notato anche tu un forte calo nella visibilità dei post nelle pagine da te gestite? Se sì, questo ti ha spinto ha rivedere parte della tua strategia editoriale e di advertising?

Per questo articolo si ringrazia:

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Cosa sta accadendo alla visibilita’ dei post su Facebook?

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Una lista delle buone pratiche da seguire quando si crea una nuova pagina Facebook

Iniziare un nuovo lavoro è sempre entusiasmante per le sfide nuove da affrontare e le difficoltà da superare. Quando poi il lavoro è sui social è ancor più entusiasmante dato che è un’attività che stimola molto chi la porta avanti perché fatta, giorno dopo giorno, di lavoro di creatività, comunicazione e interazione in evoluzione. Concentrando l’attenzione su Facebook, social più gettonato e che obiettivamente si riesce a vendere di più grazie alla sua popolarità, ho deciso di stilare una checklist di attività che devono esser fatte in quella che chiamo fase di startup iniziale dell’attività social per …

Una lista delle buone pratiche da seguire quando si crea una nuova pagina Facebook

Iniziare un nuovo lavoro è sempre entusiasmante per le sfide nuove da affrontare e le difficoltà da superare. Quando poi il lavoro è sui social è ancor più entusiasmante dato che è un’attività che stimola molto chi la porta avanti perché fatta, giorno dopo giorno, di lavoro di creatività, comunicazione e interazione in evoluzione.

Concentrando l’attenzione su Facebook, social più gettonato e che obiettivamente si riesce a vendere di più grazie alla sua popolarità, ho deciso di stilare una checklist di attività che devono esser fatte in quella che chiamo fase di startup iniziale dell’attività social per qualsivoglia brand o prodotto.

Partiamo dal presupposto che le basi di inizio attività possono essere due:

  • pagina già avviata e quindi esistente da un tot di tempo che, magari in maniera casalinga, è stata sfruttata per “tentare” una gestione autonoma della pagina (in questo caso raccogliamo i frutti di quello che è stato fatto se ce ne sono);
  • pagina che deve partire da zero e che quindi va creata, popolata e modellata sul target di riferimento definito intorno al brand/prodotto.

L’ispirazione del post di oggi mi giunge dopo aver avuto entrambe le esperienze e mi porta a comunicarvi la nostra lista di attività che devono essere affrontate prima di rendere una pagina visibile al popolo di Facebook.

Ho pensato dunque di dividere le attività in tre categorie principali che chiamerò pratiche, contenutistiche e morali; per ognuna di esse propongo gli elementi che non devono mai mancare e che, per quanto possibile, debbano essere eseguite nell’ordine presentato.

pagine facebook checklist creazione

1. Azioni pratiche

Rientrano in queste attività le azioni materiali svolte sulla pagina da considerare durante la fase fisica di creazione.

Scelta del nome

Può sembrare la cosa più banale da fare, ma la scelta del nome è importantissima sia per rendere la pagina facilmente memorizzabile a chi si iscrive sia per una questione di rientrare per parole chiave all’interno delle ricerche che potrebbero essere effettuate sul social, internamente. E’ chiaro che se si è un brand la denominazione debba apparire per prima e successivamente si può assegnare un piccolo claim, se se ne dispone di uno, ma è utile anche assegnare alla pagina il nome al progetto che si sta promuovendo.

Cover image

Quando si tratta di mostrare i servizi offerti la cover image è un valido alleato dopo l’addio alle tab di benvenuto. Facebook, con le recenti modifiche alle regole riguardanti il contenuto nelle cover, permette di sfruttarle a scopo promozionale inserendo del testo che deve comunque occupare massimo il 20% di tutta l’immagine, in più si ha la possibilità di inserire delle call to action che aiutino eventualmente a promuovere azioni che verranno attivate da li a breve oppure piccole linee guida per usare il prodotto o ancora i servizi offerti.

Logo.

E’ ovvio che la cosa preferibile è utilizzare il logo con il nome dell’azienda (o prodotto) ma bisogna considerare bene il fatto che esso dovrà anche essere riconoscibile anche alle dimensioni ridottissime dell’immagine (50px x 50px) nello streaming dei contenuti. Dunque valutare se è preferibile piuttosto utilizzare delle immagini del prodotto che potrebbero avere maggior appeal, anche mostrate in piccolo, o dei piccoli segni distintivi che richiamino l’azienda.

Dati descrittivi

Rientra in questa attività la cura delle descrizioni e il non lasciare nessun campo vuoto. Ci è capitato di avere in gestione pagine già avviate con una evidente carenza di informazioni e dobbiamo dirlo, ma questo non volge a favore del brand semplicemente perché non permette al nuovo iscritto di bloccare il suo interesse verso ciò che vende o propone non avendo le informazioni sufficienti a comprendere. Il consiglio è di non rimandare quest’attività perché permette di distinguere una pagina fatta bene da una amatoriale e con poca dedizione. Dunque garantire la presenza di una descrizione, contatti telefonici e mail e sito web. Elementi di base.

coca cola facbeook

2. Attività contenutistiche

Una volta resa la pagina social-ready è l’ora di iniziare a pensare ai contenuti. Certo questa è un’attività che va svolta prima della parte pratica perché quando avremo a disposizione la nostra pagina potremo già iniziare a popolarla di contenuti.

Controllo del copy sui contenuti da postare

Sembrerà banale, ma quando ci si fa portavoce di un’azienda bisogna controllare che ogni contenuto postato abbia tutti i permessi di pubblicazione a posto. Molto spesso, vi è capitato o vi capiterà, di avere a disposizione del materiale prodotto dall’azienda ma altre volte accade che il materiale scarseggia o è di bassa qualità, in questi casi bisogna prevedere anche attività di creazione di contenuti sulla base di quelli esistenti (rielaborando e reinventando) o ricercare contenuti nella rete ed è proprio in questo caso che diventa indispensabile verificare le condizioni e termini d’uso per scongiurare sanzioni.

Redazione del piano editoriale e approvazione

Una volta compreso che esistono dei contenuti (immagini, video o testi provenienti da blog) a disposizione dell’azienda, inizia la fase di redazione del piano editoriale che permette di definire per filo e per segno come e quando determinati contenuti devono essere pubblicati, il tenore della comunicazione e in questa fase vengono discusse anche le policy di interazione degli utenti sulla pagina (da rendere sempre visibili, soprattutto per i grandi brand).

Strategia

In questa fase rientrano tutte le idee promozionali che possono essere pianificate per permettere il posizionamento del brand su Facebook. In questo, rientrano attività basate su incentivi sottoforma di sconti o sample che permettano agli utenti di avvicinarsi in modo naturale al prodotto o brand di provarlo e aver modo anche di parlarne. Si considerano anche azioni di adv a pagamento.

Rendere la pagina pronta all’utente

Infine, prima del lancio, è importante popolare la pagina con qualche contenuto che permetta all’utente nuovo di capire a cosa si sta abbonando e quali contenuti sommariamente visualizzerà. E’ importante dare una buona prima impressione quindi giocarsela bene con contenuti studiati sul target che si presume di raggiungere.

3. Azioni morali (ergo non siate furbi)

Infine è importante dare l’avvio alle attività e in questi casi può essere utile iniziare diffondendo naturalmente il contenuto come se, noi stessi, fossimo i nuovi iscritti alla pagina.

No spamming sui propri profili

L’azione più odiata sui social è lo spamming dei/nei/sui profili. Facebook poi è risultato il canale con il più alto tasso spammoso tra i social. Non partecipare a questa pratica rende onore alla nostra attività e permette che il tutto cresca in modo uniforme e senza forzature. Il proprio profilo può essere una base dal quale partire ma non puntare a diventare un’hub della pagina perché ha una efficacia davvero bassa, aspettarsi risultati in questo modo è pura illusione.

Si invito dei contatti, ma profilando l’invio

In teoria su Facebook siamo a conoscenza degli interessi di quasi tutti i nostri contatti e quindi abbiamo anche la capacità razionale di saper riconoscere chi di loro possa essere potenzialmente interessato ai contenuti di una pagina.

Il flooding massivo, intendo invio indiscriminato a tutti, è dannoso soprattutto se praticato con molta frequenza e appunto senza selezionare il pubblico. Io mi faccio portavoce dell’inutilità di questa pratica dato che quasi tutte le richieste di invito ad iscrizioni alla pagina sono fuori, anche lontanamente, dai miei interessi. Invitare i contatti ma con criterio.

Non usare la pagina come se fosse propria

Può capitare di vedere alcune pagine che comunichino utilizzando la prima persona (io invece di noi) la cosa va più che bene se a parlare è il profilo di un personaggio pubblico ma quando si parla a nome di un’azienda il NOI è d’obbligo proprio per comunicare unione. Se ci sono più persone a gestire una stessa pagina può non esserci comunione di intenti, per un errato rispetto del piano editoriale, e che si mischino noi e io, ecco questo non va per nulla bene dunque lavorare in comunione anche nella gestione delle pagine per evitare di dare un’idea distorta di comunicazione.

facebook spam

Questi i miei consigli. Voi ne avete altri da suggerire?

Per questa news ringraziamo:

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Personal Branding, non solo Social Network: Barilla e Marina Shifrin (parte II)

Riprendiamo da dove ci siamo lasciati ieri, ovvero l’analisi, in ottica di Personal Branding, dei due casi che hanno fatto maggiormente discutere la rete in questi giorni, Guido Barilla e Marina Shifrin, dedicandoci proprio alle dimissioni dell’intraprendente ragazza. Se con Barilla abbiamo visto la sostanziale coincidenza tra Personal e Corporate Brand per il manager di un grande gruppo, e come un’occasione per promuovere i valori positivi della propria azienda possa trasformarsi in un boomerang a causa di un grossolano errore di comunicazione, con Marina ci troviamo in una situazione completamente rovesciata: una circostanza sostanzialmente negativa (lasciare un …

Personal Branding, non solo Social Network: Barilla e Marina Shifrin (parte II)

Barilla e Marina Shifrin: fail and quitRiprendiamo da dove ci siamo lasciati ieri, ovvero l’analisi, in ottica di Personal Branding, dei due casi che hanno fatto maggiormente discutere la rete in questi giorni, Guido Barilla e Marina Shifrin, dedicandoci proprio alle dimissioni dell’intraprendente ragazza.

Se con Barilla abbiamo visto la sostanziale coincidenza tra Personal e Corporate Brand per il manager di un grande gruppo, e come un’occasione per promuovere i valori positivi della propria azienda possa trasformarsi in un boomerang a causa di un grossolano errore di comunicazione, con Marina ci troviamo in una situazione completamente rovesciata: una circostanza sostanzialmente negativa (lasciare un lavoro poco soddisfacente) si trasforma, con una buona dose di creatività e intraprendenza, nella possibilità di emergere per un’emerita sconosciuta.

Marina Shifrin: quando il brand personale serve per trovare lasciare il lavoro

Marina è una ragazza statunitense che lavora(va) come content editor in una grande società di animazione a Taipei. Stanca di sacrificare per il lavoro la propria vita relazionale, il proprio tempo libero, tutte le proprie energie, e frustrata da un capo cui interessano più le valutazioni quantitative che qualitative sul suo operato (così ci racconta lei nel video), decide di licenziarsi. Ma sceglie di farlo in modo originale e creativo, utilizzando proprio lo strumento quotidiano della sua attività, un video appunto, dove raccontare la propria storia. Video che in poche ore finisce per diventare virale accumulando centinaia di migliaia di visualizzazioni. Eccovelo:

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La viralità del video è data da numerosi fattori: l’originalità dell’idea, la carica di simpatia di Marina, la condivisibilità del messaggio che trasmette, la buona realizzazione del video stesso.

Ma quello che più ci interessa è che Marina, con questa breve clip, trasmette i valori che la animano nel proprio lavoro: la passione che l’ha portata a sacrificare parte della propria vita privata, la ricerca di qualità piuttosto che di semplici risultati quantitativi, la creatività e la simpatia che la contraddistinguono. Tutte caratteristiche che grazie al video emergono più chiaramente di quanto sarebbe stato possibile con un qualsiasi CV (on o off line) e che gettano le basi perché Marina possa trovare (anzi, sarebbe meglio dire farsi trovare per) un nuovo lavoro che rispecchi queste sue qualità. In sintesi, Marina ha saputo comunicare chiaramente il proprio brand personale.

L’efficacia della scelta di Marina Shifrin viene subito confermata dalla reazione dell’azienda lasciata che, in risposta alle dimissioni della ragazza (e probabilmente temendo un ritorno d’immagine negativo per la compagnia), ha deciso di realizzare una sorta di parodia del video dell’ex collaboratrice. Video che, oltre ad augurare buona fortuna a Marina e, approfittando dell’occasione, lanciare una campagna di nuove assunzioni, mira a trasmettere a propria volta i valori positivi di creatività, lavoro di squadra, originalità che vogliono identificare l’azienda. Eccovelo:

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Vorrei inoltre farvi notare come sia il video di Marina che la “risposta” della sua compagnia siano interamente giocati su una comunicazione positiva, emotiva, simpatica (ed empatica), l’esatto opposto della chiusura, della rigidità e dei (pre)giudizi che abbiamo evidenziato nelle affermazioni di Guido Barilla.

Certo, Marina critica il proprio ex-titolare per il metodo di valutazione, così come la sua risposta parodica sottintende, in parte, una critica alla scelta dell’impiegata di “mettere in piazza” la sua insoddisfazione, ma con modalità così leggere e divertenti che la reazione di chi guarda i video è un sorriso complice, di coinvolgimento e comprensione, e il messaggio trasmesso arriva così a destinazione attraverso il canale emotivo prima che razionale (credo non serva sottolineare ulteriormente la differenza con la comunicazione di Barilla).

Alcune riflessioni conclusive

In entrambi i casi appena visti non abbiamo parlato di profili Facebook o LinkedIn, non c’è stato un massiccio utilizzo da parte dei protagonisti di tweet, post o status più o meno studiati a tavolino nei contenuti o negli orari di pubblicazione. Certo, la rete ha avuto un grosso ruolo nella diffusione dei relativi contenuti, ma il brand personale di Guido e Marina è emerso grazie ad altri strumenti e situazioni. E soprattutto, in maniera più inconsapevole nell’uno e più strategica nell’altra, è l’autenticità espressa ad averne decretato la notorietà.

Perciò smettiamo di considerare il Personal Branding come la semplice gestione della propria presenza online, in particolare sui Social Network, con intenti più o meno auto-promozionali. Cominciamo a prendere coscienza che un brand personale ce l’abbiamo tutti, volente o nolente, nel momento stesso in cui ci relazioniamo agli altri e questi si fanno, inevitabilmente, un’idea di noi. Cominciamo a capire che fare Personal Branding significa curare quell’idea che gli altri hanno di noi partendo dall’autenticità del nostro essere unici come persone e come professionisti.

Gli strumenti contano, certo, e gli strumenti che il web ci mette a disposizione sono una grande opportunità (o un grande rischio), ma tutto deve partire da noi stessi, dal riconoscimento delle nostre competenze, dei nostri valori, delle nostre passioni, e dalla capacità di saperle valorizzare ed esprimere al meglio per emergere grazie alla nostra autorevolezza e al nostro personale carisma. A prescindere dagli strumenti che decidiamo di utilizzare.

Un’intervista radiofonica, un video su YouTube, ma anche la pubblicazione di un e-book, l’intervento ad una conferenza e, sì, una presenza costante e coerente sui Social Network, sono tutti strumenti validi ma che, per essere realmente efficaci, devono essere in sintonia con la nostra personalità prima che rispondere a generiche regole di utilizzo.

Sei tu la chiave, non ci stancheremo mai di dirlo, non lo strumento che usi.

E voi, avete iniziato a riflettere su quali sono le caratteristiche che vi rendono unici, e magari accattivanti come Marina, o siete ancora lì a calcolare con stecca e compasso cosa e quando pubblicare sui social per far aumentare like e click come il suo boss? ;)

Per questa news si ringrazia:

Sestyle – Personal Branding

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Personal Branding, non solo Social Network: Barilla e Marina Shifrin (parte II)

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